C’era quella storia di quella lettera da aprire, e suona il campanello come ad interrompere di soprassalto. Da dietro una porta una voce sembra si faccia sentire, che chiami, battono ridondanti due toc toc e nel disordine di fogli accartocciati al suolo si apre una soglia, e sfila dentro la figlia del panificio giù all’angolo. Siede in un angolo ragomitolata già come in lacrime, pronta a disfarsi in un vaneggio da gridarmi magari in piena faccia. Trattiene il respiro soffocando un rancore che qualcuno le ha rimesso per penitenza, un bicchiere d’acqua per cercare di smorzare la tensione e poi di colpo sbattendo la porta giù dalle scale è fuggita via senza dir niente, lasciando colare una lacrima sulle matonelle fredde e poggiata sul bordo del letto una lettera sigillata.
Riprendere fiato è indispensabile, non appena attraversato l’attimo, qualcosa di fuggiasco s’è fatto giorno di fronte agli occhi, una visione subitanea e che rimane sospesa cosi’ a mezz’aria, svaporata in un alone di dubbio, il presagio per una premeditazione incoscia. Serve poi che il tempo s’annoi un po’, che rivenga da pensare a cosa mai sarà stato?
Una lettera tra le mani che tremolanti sudaticcie afferrano un tagliacarte e nell’intento frenetico di aprire la lettera ha già ferito in diverse parti il polso sinistro, sanguina come anatomia insegna, ma le sue goccie di sangue non sembra siano proprio dell’emoglobina e piastrine e quant’altro che fluisce dalle carni recise, ma sembra anche tutto il resto.
Poi la lettera eccola aperta e queste parole che se si volevano enigmatiche avrebbero detto ‘o forse’, e invece han detto ’si’, alle cinque nel giardinetto saro’ senza mio marito, quel fustacchione tutto barba e peli sulla lingua, e saro’ tutta per te frustratone metafisico mio… mettero’ un’abito bianco, che non m’hai visto mai, con una fila di perle che contorna i bordi della cintura e due sandaletti con sopra disegnato un cigno che porta quest’insegna ‘decor est quaesitus ab istis‘, cerchero’ di farmi vicino al laghetto, cosi’ sarà più facile per te ”annegare nel mio riflesso”, come sai dirmi solamente tu. E non dimenticare di…”
Di colpo lo sguardo sollevato in diagonale cercando uno stralcio di spiraglio della finestre che desse sul campanile, e quattro battiti puntuali sentenziarono che mancava un’ora all’appuntamento.
Bisogna già cercar le scarpe e in mezzo a scartofie eccole trovate come per incanto tra una pagina di esercizi di trigonometria e il tentativo di cominciare una poesia proponendo di abolire il verso libero per instaurare in sua vece il verso constrictor, ossia applicare la legge ritmica del verso alla prosa tutta… ma le scarpe, intanto, prima di tutto, fanno ogni sorta di difficoltà per quanto concerne calzatura e nodo e lacci, bisogna rimettere la suola apposto, il tacco traballa e serve almeno qualche puntina qua e là a tenere non certo salda, ma almeno oscillatoriamente in cerca d’un baricentro, l’andatura.
Poi il vestito è fatto, giacca, manca bottone asola, cravatta, che rinserra il respiro come si trattasse del giorno del giudizio di fronte alla propria vanità allo specchio, e un colpo di spazzola per allisciare quella palla di nodi e inscrespature che sovrastano la testa. Un annodarsi di boccoli, cadenti in sottili spire lungo le guancie, svolazzanti in aria cirri eliotropici, e sulle tempie, come due grossi pendagli, fasci di idee.
E prima di mettere le chiavi nel buco della serratura e gettarsi fuori dalle scale paventando a priori, nell’alimentarsi dell’attesa del rendez-vous, il ritardo, e la conseguente perdita d’ogni incontro, ancora un sorso d’acqua e un caché contro l’emicrania che pulsa come se il cuore si fosse installato nell’ipotalamo.
Passo a passo a scavalcare quattro a quattro i gradini, la madre baffuta di Lorenzo che grida che modi sono e che è questa l’educazione che v’insegnano a scuola, e la signora Mariuccia che dall’altro canto rimbomba con la gioventù d’un tempo e quella d’oggi e il condominio è tutto in chiacchere. C’è giusto il tempo di incrociare l’avv. De Mefis che m’invita gentilmente ad entrare un attimo da lui perchè c’è un ‘a proposito’ sulle ultime mensilità dell’appartamento.
Un corridoio assai mal eclairée perché si sono grigliate le ampoules, si scusa la domestica transalpina, e sulle pareti, per un obliquo riverbero che deve ben provenire da qualche parte, la galleria di faccie della lunga genealogia dei De Mefis. Tutta la lista dei nostri illustri avii, la famiglia De Mefis, giovanotto, deve sapere è discendente in linea diretta da un’anticchissima famiglia di giuristi romani, che a loro volta discendevano dalla schiatta degli oracoli greci, i quali a loro volta discendevano da una grande famiglia di sacerdoti iraniani, che dovevano la loro origine ad una frivolissima famiglia di brahmani, i quali tutti, discendevano da un solo rinunciante: capisce giovanotto con chi ha a che fare? Ma l’appuntamento? Quale appuntamento? Il tempo ragazzo mio è solo frutto del tuo cervello baccato, perchè vivere nella frenesia d’un appuntamento… e che sarà mai… crede fose di poter incontrare la Vergine Maria in calzamaglia? Pensa di rrivare in ritardo a che? Alla parusia?… ma sieda la prego, non resti li’ impalato davanti a fissare il vuoto… no non sul sofà, si metta qui, accanto a questa antichissimo simulacro souvenir che trovo’ un giorno mio tris-nonno Augurio De Mefis, in un piccolo mercatino di Bir Lehlou… lei sa dov’è giovanotto? se lo vada a cercare e se non lo trova vorrà dire che qualcuno l’avrà inventato… insomma, viaggio’ nel in pieno deserto sà, Camelia porti un caffé al signorino, vuole un caffé? ma nel deserto, diceva il beneamato Augurio, altro che caffé per tirarsi su, o ci si beveva la propria piscia oppure ci si metteva a succhiare la testa di qualche vipera… Ci mette dello zucchero? Ne ne ho messo due cucchiaini, va bé?… dicevo… scotta n’evero?… venne comunque fuori alla fine questa statuetta che, non le ricorda un po’ una specie di venere circonfusa di serpi con le piume scintillanti e la rapidità del guizzo dell’intuizione… sà quando come ci si innamora di qualcosa, e si resta abbagliati e non si sà non si vede cosa tanto ci appassioni ma una forza ci tiene con lo sguardo affiso a fissare se stesso, a implementare la propia contemplazione… ma mi sta a sentire? l’appuntamento l’appuntamento abbiam capito, anche la Camelia potrà confermarglielo d’aver capito, ma è lei che non vuole capire che non c’è nessun appuntamento… lei mi mette proprio sui nervi… Camelia porti una bibita gassata al signorino e un diger per me… e poi c’è la facenda dell’affitto non se lo dimentichi, venendo a noi…”
Un battere alla porta e un uomo lindo e pinto nel suo abito convenzionale, interrompe miracolosamente la sfuriata che si poteva veder montare dal rossore che s’intensificava negli occhi del De Menfis, che non s’accorse subito della cosa e continuava a gridare sul mio volto attonito, finquando l’ospite non s’è trovato al centro della stanza e la cammeriera ha annunciato: il raggionier Drameturgi. Il De Mefis volto di scatto sul il raggioniere, ancora le fiamme agli occhi, gli fulmino’ in un lampo la faccia, che si chino’ a fissare il suo dondolando come fa un bambino che ne ha fatta un’altra delle sue: ma sempre quando sono nel bel mezzo di una lezione a questi sporchi e ignoranti giovani, che lei appare come fosse la malora a mandarla puntualmente! Ma era cosa importante. Tanto da interrompere un’opera di rieducazione? Si, perchè ci sono stati dei sommovimenti contrastanti su questo giovane. Vi sono delle persone che vorrebbero che lui abbia la possibilità di desiderare e incontrare magari la sua amata, e poi quelli che fanno capo a lei avv. De Mefis che invece vorrebbero rieducare questo giovine a che non si dia mai desiderio, e che quindi l’incontro si faccia perchè finito, consumato, il desiderio, restando cosi’ solo amore… e non invece appagando una mistica seduzione… se è quello che ho ben capito. Si caro ragg. le cose dovrebbero stare più o meno cosi’, ma quello che più mi chiedo, ma che sarà mai questo giovanotto per avere tanta gente che si preoccupa di lui? E’ il figlio d’un qualche magnate della finanza? Non sarà mica il figlio di un boss? I suoi nonni han posseduto regni estesi fino alla Manciuria? Avevano cammelli e vivevano scalzi nel deserto cibandosi di cavallette? Erano forse membri d’una qualche stirpe degna come la mia? No non credo, nulla c’è dato sapere su quanto e cosa possedesse questo giovane e la sua famiglia… è un trovatello credo, nella sua stanza non c’era altro che un paio di calzini buccati, un tozzo di pane, e uno scalpello col quale ha inciso le pareti della sua stanza con delle scritte e dei disegni che c’han fatto pensare ad un plagio… perché assomigliavano a quello che possiamo immaginare essere il linguaggio che poteva vigere nell’Eden.
Son sicuro che questa è una delle ennesime coglionerie esteticoreligiose del cardinal Pinelli… si è esattamente lui che c’ha spiegato la cosa, ma non basta, questo giovane sembra riesca a comprendere i sogni delle persone, e a predirne i segni. Ma non lo vede che non sa dire altro che ‘appuntamento’ e lei vuole farne un profeta!
Avv. De Mefis, sia come sia io le ho rimesso la mia commissione, il mio dovere è compiuto e sono ben andato oltre i miei semplici doveri e ho ecceduto il mio stupido ruolo di semplice fattorio, ma ora devo rimettermi le ali ai piedi perchè devo presenziare all’incontro tra il poeta Almagalli e la signorina Sophia.
Ma che s’intrufola degli affaracci altrui? Non sarà un voyeurista lei? O un agenzia matrimoniale, forse?
Si’, la Hierogamos Matrimoni and Co., pronto chi parla?!…
La saluto caro avvocato, e cerchi di rimettersi in sesto, la vedo razionalmente molto sbottonato, e lasci in pace quel giovane.
Ma prima almeno gli daro’ una bella lavata di capo… e poi lo lascero’ andare…
Sigaro poggiato, accavvallarsi di gambe poggiando il collo del piede destro sull’interno coscia sinistro e viceversa, e dietro la sua testa un’alta specchiera, fin al soffito dal pavimento, da cui Camelia faceva dei segni come di seguirla nell’altra stanza… Le parole dell’avvocato eccheggiavano per tutta la stanza, ingombra di volumoni alle pareti, le pianelle disegnavano una intricata geometria che convergeva tutta verso il centro dove un finto piedistallo in finto marmo, sosteneva la fotografia di un volto emanciato, antico, in fin di vita, sotto il quale una targhetta diceva Je me donne pour vêtement un sac, je suis pour eux une fable… Camelia il volto sempre più acceso incitava ad alzarmi e a seguirla, ma l’avvocato stava immobile di fronte, e ad ogni gesto sarebbe stata immediata il suo controgesto… legato al palo dell’immobilità, trambusto interiore tra la voglia di guizzare un balzo e fuggire via e la paura che quel balzo non basti e il fosso sia giusto sotto che si apre e il precipizio non si sa se avrà fondo e se uno ne avrà sarà sfacello… Camelia che un ago alla mano fingeva di conficcarselo negli occhi come a mimare qualcosa da cui dover arguire chissà cosa… aghi, occhi… acceccare… tizzone ardente per sfuggire via dalla caverna… finirla con le ombre iniziare con la cecità per troppo vedere?… Fissare la punta d’uno spillo come metodo di concentrazione?… Una finestrà apri’ d’un colpo al cuore, sicuro d’esser stato scoperto a sbirciare sul vetro i movimenti di Camelia, pronta era la difesa e mi ritrovai a dire… ‘ma è lei che mi faceva i gesti sul vetro!’ e Camelia che nello specchio se la rideva di crepacuore e non sentendo replica alcuna m’accorsi che l’avvocato De Mefis russava delle più buone…
Camelia sorriso fra le pieghe degli occhi, ancora tremolante appena per il ridere di prima e per l’emozione dell’adesso, afferra e strattona il polso spingendomi nel retrobotega, il vecchio stanzone delle scortoffie del De Menfis, duplicati di duplicati, tutte le sentenze e le perizie giudiziare e le postille e i comma derivanti, accastati alla pura rinfusa, ma Camelia diceva che l’avvocato ci camminava in quel caos come uno che si fa una passeggiata in piena piazza, prima comparando il valore legale di una tal legge e poi all’angolo ritirando l’emendamento che era stato messo in tintoria, l’ordine sta nel fatto che l’avvocato e un grande giocone. Giocone? Uno che ama il movimento su se stesso… rotatorio svolgersi, tornare su sé, ritentare ancora una volta sé stessi, tentando la ripetizione identica, e invece il mondo viene sempre a frapporsi… poi Camelia scivolo’ le dita affusolate e leggere dal mio polso per accendere un giradischi nascosto sotto la cedola di ammissione del Giuresconulto de… cancellato… e sul polso restavano segni violacei d’una stretta emostatica. La musica, e Camelia che iniziava a sfilarsi il pullover, lente si formavano le pieghe a mezza schiena, e il trasparire d’una sottoveste lasciava indovinare una silhouttes presta. Togliendosi una scarpa, sfilata dietro un paravento decorate con linee verticali e orizzontali che si segmentavano tra loro a formare spazi di colori differenti, tutta la gamma dei colori primi, accessissima geometria d’attesa. Da dietro quel paravento sarebbe potuta saltar fuori una Camelia completamente vestita a nozze, di perle al collo, cinghie ai piedi con sopra un lapislazzuli a forma di scarabeo, oppure apparire unanimemente nuda, una sola in un’istante cecità, del troppo vedere, dell’eununciarsi dell’epifania. Si presento’ poi in un semplice tutù di bianco rosato, volteggiando sulla punta dei piedi che tendeva alla verticalità della sospensione, tentando un balzo stando coi piedi per terra, perchè il mondo tutto nel momento era volo. Poi quel frusciare di frou-frou che volteggiando diventava sempre più un moto rotatorio e d’allucinazione rosa, che veniva determinato dall’accellerazione angolare impressa dal busto, dal ritmo della sua respirazione serafica, che fungeva praticamente da mozzo. Poi fu rovesciando un vaso con dentro tre crisantemi che nel frattempo s’erano tutti essicati e tendevano già a quello stato fecondo di decomposizione propizio al sorgere di sciami di moscerini danzanti, che la danza s’interruppe per il suono di cocci al suolo, e ora Camelia giaceva al suolo tra cumuli di scartoffie e dal ginocchio due lievi escoriazioni che per curarle li’ per li’, senza altri mezzi, non ci si sarebbe pensato su due volte di mettersi a leccare. Poi Camelia sospiro’ e andava meglio adesso era ora che andassi prima che l’avvocato si risvegliasse, perchè era già quasi l’ora della sua tazza di citronella con infuso di fiori di gelsomino raccolti e subito ibernati e pronti in cinque minuti di paziente efusione. Risollevatasi ora una leggera striscia di sangue, appena visibile, tingeva quel bianco rosato, che sembrava ancora più perfetto di prima.