We destroy all. I pray you. We destroy. Only we save,us two. Togheter .

ottobre 29th, 2009 by eggs©
We destroy all. I pray you. We destroy. Only we save,us two. Togheter .
[...]
Spaccarono la tua bellezza
e rimane uno scheletro d’amore
che però grida ancora vendetta
e soltanto tu riesci
ancora a piangere,
poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli
poi ti volti e non sai ancora dire
e taci meravigliata
e allora diventi grande come la terra
e innalzi il tuo canto d’amore.
Canto rubato al vecchio del portone
rubato al remo del rematore
alla ruota dell’ultimo carro
o pianto di ginestra
dove fioriva l’amatore immoto
dalle turbe angosciose di declino
io sono l’acqua che si genuflette
davanti alla montagna del tuo amore.06.18
[...]
Schierata su un altare
per essere mangiata da chissà chi [...]
[...]
Io “Euridice” mi nascondo tra i rami degli alberi
per non essere presa dalle sue braccia.
Lui ha percorso mari e monti per conquistarmi [...]
“Un giorno siamo partiti,
volevamo andare lontano
in un mare di spiaggia
e non abbiamo capito
che morire dentro la sabbia
non lascia radici.
Sulla tomba fioriscono i gigli
ma sulla tomba del nostro amore
non fiorirà neanche il frumento
noi non diventeremo mai pane
non abbiamo comunicato con tutti
e nessuno sa il nostro segreto
che siamo stati baciati dal fato
per poi lasciarci.”
“Torna amore
vela delicata e libera
che occupi il pensiero della mia terra
sto morendo sulla grandiosità di un fiume
che è rosso di desiderio
e vorrebbe travolgere il tuo amore.”
(A.M.)

luglio 13th, 2009 by eggs©

E così cantavo. E cantavo. Guardavi a bocca aperta,scomponevi ogni movimento in tante parti e lo rivedevi a rallentatore. E io continuavo a cantare e giravo,girava la testa,in punta di piedi ogni mio nervo teso e le unghie rosse componevano disegni colorati nell’erba. Era fresca e l’odore pungente lo sentivi nei capelli. Non volevo altro che girare e cantare e girare e cantare finché non fossi svenuta. L’orlo candido del mio vestito macchiato di verde. La sigaretta moriva insieme al sole e la stringevi tra indice e medio quasi a spezzarla. Dentro ai tuoi occhi un vestito bianco che volteggiava e capelli in aria e muscoli che si contraevano e sorrisi e parole,canzoni . Poi la caduta e un dito correva dal collo al fianco. Abbiamo chiuso gli occhi. Il silenzio. Intorno solo alberi,erba,fiori ,cielo limpido,la tua cravatta,un accendino grigio sulla giacca,le mie scarpe bianche.

I nostri colori li impastavamo insieme .
Unico albume che rimescolava sé in sé. Come d’uno scriversi l’un nell’altro, portando avanti una stessa storia. Una storia fuor del tempo, nell’immediato dell’abbracciarsi unisono, lettera su lettera, soffio su soffio.

In quell’unico ammasso d’abbracciarsi, un calore subitamente ardeva, solare, come d’un qualcosa che vuole erutare, che vuol venir fuori, staccarsi un istante, per poter riprendere a girare, volteggiare, folleggiar danzando di fronte alla stupefazione dell’altro. Cantando, Cantando! Cantando!!

Da quell’unico abbraccio si staccarono quattro braccia inteciate due a due tra loro, che ora volteggiavano al ritmo d’una ‘campagnola per clavicembalo’, e attorno era un soffiar di caudi uccelli, acefali spifferi dagli antri, e l’estasi volteggiare.
Non si vedevano che i loro due occhi che penetravano gli uni negli altri, a fissare quel barlume di somiglianza tra loro. Quelle stesse scarpe bianche che sfilano dal calcagno dolcemente, le stesse asole chesi liberano dai bottoni per far spazio al derma su derma nel derma. Quello stesso accarezzare, che quando la mano scivola da dietro al collo fin alla pianta del piede, è un brivido che il palmo della mano non sa decidersi se è un accarezzarsi interno del proprio tatto, o la permeante esperienza dell’altro.

Attorno assiepata giaceva vouyeristica stava la coorte delle più somme emminenze del creato. Quell’estasi, quell’abbraccio era il più drastico, il più sibillino degli ultimi due millenni. Una cometa l’aveva annunciato, e cosi’ loro l’aevan seguita e ora se ne godevano il miracolo.
Al centro della scena sempre quell’abbracciarsi d’estasi ierogamica, e sugli spalti l’orda di semi déi guardoni a sgranocchiarsi pop-corn noccioline ambrosia al prezzo d’un sacrificio.
Ma noi stavamo al centro e nulla interessavan il mio cuor che nel petto sussultava emorragie sangugne di gioia, come quel tuo viso con appena quella tinta di rosa che imperla le guancie… come d’una prima barba adolescinziale o la delicata sensazione d’une pesca al tatto.

Ma poi scivolo’ il piede su qualcosa, qualcuno, e l’incanto s’iterruppe drastico.
Tutta una scenografia di cabitoboli da inventarsi di sana pianta…
Interrotti nel bel mezzo d’una divagazione nella musica tra il suono dei miei occhi e i tuoi, attorno il piedistallo sul quale sedeva il sovrano dei capricci si sgranello’ completamente, togliendo cosi’ l’appoggio architettonico alla loggia che venne giù tutta tirandosi dietro grandi dame di fine secolo, moglie e figli incipriati dalla polere che si stava sollevando dapertutto, un crollare tutto.

Alla fine non restammo che ancora io tra le braccia di te, infarinati dalla polvere, e cosi’ prendemmo l’uscita, scavalcando le rovine, per cercare una fonte d’acqua con la quale poggiar rinfrescare.
Il cammino non fu presto, perché….


maggio 1st, 2009 by eggs©

C’era quella storia di quella lettera da aprire, e suona il campanello come ad interrompere di soprassalto. Da dietro una porta una voce sembra si faccia sentire, che chiami, battono ridondanti due toc toc e nel disordine di fogli accartocciati al suolo si apre una soglia, e sfila dentro la figlia del panificio giù all’angolo. Siede in un angolo ragomitolata già come in lacrime, pronta a disfarsi in un vaneggio da gridarmi magari in piena faccia. Trattiene il respiro soffocando un rancore che qualcuno le ha rimesso per penitenza, un bicchiere d’acqua per cercare di smorzare la tensione e poi di colpo sbattendo la porta giù dalle scale è fuggita via senza dir niente, lasciando colare una lacrima sulle matonelle fredde e poggiata sul bordo del letto una lettera sigillata.

Riprendere fiato è indispensabile, non appena attraversato l’attimo, qualcosa di fuggiasco s’è fatto giorno di fronte agli occhi, una visione subitanea e che rimane sospesa cosi’ a mezz’aria, svaporata in un alone di dubbio, il presagio per una premeditazione incoscia. Serve poi che il tempo s’annoi un po’, che rivenga da pensare a cosa mai sarà stato?

Una lettera tra le mani che tremolanti sudaticcie afferrano un tagliacarte e nell’intento frenetico di aprire la lettera ha già ferito in diverse parti il polso sinistro, sanguina come anatomia insegna, ma le sue goccie di sangue non sembra siano proprio dell’emoglobina e piastrine e quant’altro che fluisce dalle carni recise, ma sembra anche tutto il resto.
Poi la lettera eccola aperta e queste parole che se si volevano enigmatiche avrebbero detto ‘o forse’, e invece han detto ’si’, alle cinque nel giardinetto saro’ senza mio marito, quel fustacchione tutto barba e peli sulla lingua, e saro’ tutta per te frustratone metafisico mio… mettero’ un’abito bianco, che non m’hai visto mai, con una fila di perle che contorna i bordi della cintura e due sandaletti con sopra disegnato un cigno che porta quest’insegna ‘decor est quaesitus ab istis‘, cerchero’ di farmi vicino al laghetto, cosi’ sarà più facile per te ”annegare nel mio riflesso”, come sai dirmi solamente tu. E non dimenticare di…”

Di colpo lo sguardo sollevato in diagonale cercando uno stralcio di spiraglio della finestre che desse sul campanile, e quattro battiti puntuali sentenziarono che mancava un’ora all’appuntamento.
Bisogna già cercar le scarpe e in mezzo a scartofie eccole trovate come per incanto tra una pagina di esercizi di trigonometria e il tentativo di cominciare una poesia proponendo di abolire il verso libero per instaurare in sua vece il verso constrictor, ossia applicare la legge ritmica del verso alla prosa tutta… ma le scarpe, intanto, prima di tutto, fanno ogni sorta di difficoltà per quanto concerne calzatura e nodo e lacci, bisogna rimettere la suola apposto, il tacco traballa e serve almeno qualche puntina qua e là a tenere non certo salda, ma almeno oscillatoriamente in cerca d’un baricentro, l’andatura.
Poi il vestito è fatto, giacca, manca bottone asola, cravatta, che rinserra il respiro come si trattasse del giorno del giudizio di fronte alla propria vanità allo specchio, e un colpo di spazzola per allisciare quella palla di nodi e inscrespature che sovrastano la testa. Un annodarsi di boccoli, cadenti in sottili spire lungo le guancie, svolazzanti in aria cirri eliotropici, e sulle tempie, come due grossi pendagli, fasci di idee.
E prima di mettere le chiavi nel buco della serratura e gettarsi fuori dalle scale paventando a priori, nell’alimentarsi dell’attesa del rendez-vous, il ritardo, e la conseguente perdita d’ogni incontro, ancora un sorso d’acqua e un caché contro l’emicrania che pulsa come se il cuore si fosse installato nell’ipotalamo.

Passo a passo a scavalcare quattro a quattro i gradini, la madre baffuta di Lorenzo che grida che modi sono e che è questa l’educazione che v’insegnano a scuola, e la signora Mariuccia che dall’altro canto rimbomba con la gioventù d’un tempo e quella d’oggi e il condominio è tutto in chiacchere. C’è giusto il tempo di incrociare l’avv. De Mefis che m’invita gentilmente ad entrare un attimo da lui perchè c’è un ‘a proposito’ sulle ultime mensilità dell’appartamento.
Un corridoio assai mal eclairée perché si sono grigliate le ampoules, si scusa la domestica transalpina, e sulle pareti, per un obliquo riverbero che deve ben provenire da qualche parte, la galleria di faccie della lunga genealogia dei De Mefis. Tutta la lista dei nostri illustri avii, la famiglia De Mefis, giovanotto, deve sapere è discendente in linea diretta da un’anticchissima famiglia di giuristi romani, che a loro volta discendevano dalla schiatta degli oracoli greci, i quali a loro volta discendevano da una grande famiglia di sacerdoti iraniani, che dovevano la loro origine ad una frivolissima famiglia di brahmani, i quali tutti, discendevano da un solo rinunciante: capisce giovanotto con chi ha a che fare? Ma l’appuntamento? Quale appuntamento? Il tempo ragazzo mio è solo frutto del tuo cervello baccato, perchè vivere nella frenesia d’un appuntamento… e che sarà mai… crede fose di poter incontrare la Vergine Maria in calzamaglia? Pensa di rrivare in ritardo a che? Alla parusia?… ma sieda la prego, non resti li’ impalato davanti a fissare il vuoto… no non sul sofà, si metta qui, accanto a questa antichissimo simulacro souvenir che trovo’ un giorno mio tris-nonno Augurio De Mefis, in un piccolo mercatino di Bir Lehlou… lei sa dov’è giovanotto? se lo vada a cercare e se non lo trova vorrà dire che qualcuno l’avrà inventato… insomma, viaggio’ nel in pieno deserto sà, Camelia porti un caffé al signorino, vuole un caffé? ma nel deserto, diceva il beneamato Augurio, altro che caffé per tirarsi su, o ci si beveva la propria piscia oppure ci si metteva a succhiare la testa di qualche vipera… Ci mette dello zucchero? Ne ne ho messo due cucchiaini, va bé?… dicevo… scotta n’evero?… venne comunque fuori alla fine questa statuetta che, non le ricorda un po’ una specie di venere circonfusa di serpi con le piume scintillanti e la rapidità del guizzo dell’intuizione… sà quando come ci si innamora di qualcosa, e si resta abbagliati e non si sà non si vede cosa tanto ci appassioni ma una forza ci tiene con lo sguardo affiso a fissare se stesso, a implementare la propia contemplazione… ma mi sta a sentire? l’appuntamento l’appuntamento abbiam capito, anche la Camelia potrà confermarglielo d’aver capito, ma è lei che non vuole capire che non c’è nessun appuntamento… lei mi mette proprio sui nervi… Camelia porti una bibita gassata al signorino e un diger per me… e poi c’è la facenda dell’affitto non se lo dimentichi, venendo a noi…”
Un battere alla porta e un uomo lindo e pinto nel suo abito convenzionale, interrompe miracolosamente la sfuriata che si poteva veder montare dal rossore che s’intensificava negli occhi del De Menfis, che non s’accorse subito della cosa e continuava a gridare sul mio volto attonito, finquando l’ospite non s’è trovato al centro della stanza e la cammeriera ha annunciato: il raggionier Drameturgi. Il De Mefis volto di scatto sul il raggioniere, ancora le fiamme agli occhi, gli fulmino’ in un lampo la faccia, che si chino’ a fissare il suo dondolando come fa un bambino che ne ha fatta un’altra delle sue: ma sempre quando sono nel bel mezzo di una lezione a questi sporchi e ignoranti giovani, che lei appare come fosse la malora a mandarla puntualmente! Ma era cosa importante. Tanto da interrompere un’opera di rieducazione? Si, perchè ci sono stati dei sommovimenti contrastanti su questo giovane. Vi sono delle persone che vorrebbero che lui abbia la possibilità di desiderare e incontrare magari la sua amata, e poi quelli che fanno capo a lei avv. De Mefis che invece vorrebbero rieducare questo giovine a che non si dia mai desiderio, e che quindi l’incontro si faccia perchè finito, consumato, il desiderio, restando cosi’ solo amore… e non invece appagando una mistica seduzione… se è quello che ho ben capito. Si caro ragg. le cose dovrebbero stare più o meno cosi’, ma quello che più mi chiedo, ma che sarà mai questo giovanotto per avere tanta gente che si preoccupa di lui? E’ il figlio d’un qualche magnate della finanza? Non sarà mica il figlio di un boss? I suoi nonni han posseduto regni estesi fino alla Manciuria? Avevano cammelli e vivevano scalzi nel deserto cibandosi di cavallette? Erano forse membri d’una qualche stirpe degna come la mia? No non credo, nulla c’è dato sapere su quanto e cosa possedesse questo giovane e la sua famiglia… è un trovatello credo, nella sua stanza non c’era altro che un paio di calzini buccati, un tozzo di pane, e uno scalpello col quale ha inciso le pareti della sua stanza con delle scritte e dei disegni che c’han fatto pensare ad un plagio… perché assomigliavano a quello che possiamo immaginare essere il linguaggio che poteva vigere nell’Eden.
Son sicuro che questa è una delle ennesime coglionerie esteticoreligiose del cardinal Pinelli… si è esattamente lui che c’ha spiegato la cosa, ma non basta, questo giovane sembra riesca a comprendere i sogni delle persone, e a predirne i segni. Ma non lo vede che non sa dire altro che ‘appuntamento’ e lei vuole farne un profeta!
Avv. De Mefis, sia come sia io le ho rimesso la mia commissione, il mio dovere è compiuto e sono ben andato oltre i miei semplici doveri e ho ecceduto il mio stupido ruolo di semplice fattorio, ma ora devo rimettermi le ali ai piedi perchè devo presenziare all’incontro tra il poeta Almagalli e la signorina Sophia.
Ma che s’intrufola degli affaracci altrui? Non sarà un voyeurista lei? O un agenzia matrimoniale, forse?

Si’, la Hierogamos Matrimoni and Co., pronto chi parla?!…
La saluto caro avvocato, e cerchi di rimettersi in sesto, la vedo razionalmente molto sbottonato, e lasci in pace quel giovane.

Ma prima almeno gli daro’ una bella lavata di capo… e poi lo lascero’ andare…
Sigaro poggiato, accavvallarsi di gambe poggiando il collo del piede destro sull’interno coscia sinistro e viceversa, e dietro la sua testa un’alta specchiera, fin al soffito dal pavimento, da cui Camelia faceva dei segni come di seguirla nell’altra stanza… Le parole dell’avvocato eccheggiavano per tutta la stanza, ingombra di volumoni alle pareti, le pianelle disegnavano una intricata geometria che convergeva tutta verso il centro dove un finto piedistallo in finto marmo, sosteneva la fotografia di un volto emanciato, antico, in fin di vita, sotto il quale una targhetta diceva Je me donne pour vêtement un sac, je suis pour eux une fable… Camelia il volto sempre più acceso incitava ad alzarmi e a seguirla, ma l’avvocato stava immobile di fronte, e ad ogni gesto sarebbe stata immediata il suo controgesto… legato al palo dell’immobilità, trambusto interiore tra la voglia di guizzare un balzo e fuggire via e la paura che quel balzo non basti e il fosso sia giusto sotto che si apre e il precipizio non si sa se avrà fondo e se uno ne avrà sarà sfacello… Camelia che un ago alla mano fingeva di conficcarselo negli occhi come a mimare qualcosa da cui dover arguire chissà cosa… aghi, occhi… acceccare… tizzone ardente per sfuggire via dalla caverna… finirla con le ombre iniziare con la cecità per troppo vedere?… Fissare la punta d’uno spillo come metodo di concentrazione?… Una finestrà apri’ d’un colpo al cuore, sicuro d’esser stato scoperto a sbirciare sul vetro i movimenti di Camelia, pronta era la difesa e mi ritrovai a dire… ‘ma è lei che mi faceva i gesti sul vetro!’ e Camelia che nello specchio se la rideva di crepacuore e non sentendo replica alcuna m’accorsi che l’avvocato De Mefis russava delle più buone…

Camelia sorriso fra le pieghe degli occhi, ancora tremolante appena per il ridere di prima e per l’emozione dell’adesso, afferra e strattona il polso spingendomi nel retrobotega, il vecchio stanzone delle scortoffie del De Menfis, duplicati di duplicati, tutte le sentenze e le perizie giudiziare e le postille e i comma derivanti, accastati alla pura rinfusa, ma Camelia diceva che l’avvocato ci camminava in quel caos come uno che si fa una passeggiata in piena piazza, prima comparando il valore legale di una tal legge e poi all’angolo ritirando l’emendamento che era stato messo in tintoria, l’ordine sta nel fatto che l’avvocato e un grande giocone. Giocone? Uno che ama il movimento su se stesso… rotatorio svolgersi, tornare su sé, ritentare ancora una volta sé stessi, tentando la ripetizione identica, e invece il mondo viene sempre a frapporsi… poi Camelia scivolo’ le dita affusolate e leggere dal mio polso per accendere un giradischi nascosto sotto la cedola di ammissione del Giuresconulto de… cancellato… e sul polso restavano segni violacei d’una stretta emostatica. La musica, e Camelia che iniziava a sfilarsi il pullover, lente si formavano le pieghe a mezza schiena, e il trasparire d’una sottoveste lasciava indovinare una silhouttes presta. Togliendosi una scarpa, sfilata dietro un paravento decorate con linee verticali e orizzontali che si segmentavano tra loro a formare spazi di colori differenti, tutta la gamma dei colori primi, accessissima geometria d’attesa. Da dietro quel paravento sarebbe potuta saltar fuori una Camelia completamente vestita a nozze, di perle al collo, cinghie ai piedi con sopra un lapislazzuli a forma di scarabeo, oppure apparire unanimemente nuda, una sola in un’istante cecità, del troppo vedere, dell’eununciarsi dell’epifania. Si presento’ poi in un semplice tutù di bianco rosato, volteggiando sulla punta dei piedi che tendeva alla verticalità della sospensione, tentando un balzo stando coi piedi per terra, perchè il mondo tutto nel momento era volo. Poi quel frusciare di frou-frou che volteggiando diventava sempre più un moto rotatorio e d’allucinazione rosa, che veniva determinato dall’accellerazione angolare impressa dal busto, dal ritmo della sua respirazione serafica, che fungeva praticamente da mozzo. Poi fu rovesciando un vaso con dentro tre crisantemi che nel frattempo s’erano tutti essicati e tendevano già a quello stato fecondo di decomposizione propizio al sorgere di sciami di moscerini danzanti, che la danza s’interruppe per il suono di cocci al suolo, e ora Camelia giaceva al suolo tra cumuli di scartoffie e dal ginocchio due lievi escoriazioni che per curarle li’ per li’, senza altri mezzi, non ci si sarebbe pensato su due volte di mettersi a leccare. Poi Camelia sospiro’ e andava meglio adesso era ora che andassi prima che l’avvocato si risvegliasse, perchè era già quasi l’ora della sua tazza di citronella con infuso di fiori di gelsomino raccolti e subito ibernati e pronti in cinque minuti di paziente efusione. Risollevatasi ora una leggera striscia di sangue, appena visibile, tingeva quel bianco rosato, che sembrava ancora più perfetto di prima.


Anna.

aprile 19th, 2009 by eggs©

E’ appena giunta Anna, mi sussurra un soffio nelle orecchie, tiepido accarezza il lobo e s’insinua a precorrere l’incavo auricolare, girovoltando inudibile nella coclea, fin da infilarsi teso e acuto nel baricentro dell’ipotalamo. Poi si muove appena, due labbra, dicendo: ‘E’ qui’, e poi un intirizzirsi e farsi di silenzio, e lei poggiando bagascia il piede appena a terra, scopre il biancore di due denti che tentano un sorriso per nascondere la voglia di sbranarmi, li’, sedutastante, prendendosi corpo tra le braccia, figgere le sue pupille contro le mie a dar vita ad un solo accecamento, di modo che dal nostro congiunto vedere, si formerebbe un punto, un immagine meno, in cui la tua Assenza senza nome, sarebbe il corpo dell’apparire, amorfo eseprire…  e stronzo sperare il mio, perchè invece Anna se ne sta a grattarsi il capo e si è già cambiata d’abito almeno tre o quattro volte, spogliandosi e incipriandosi di fronte ad una finestra aperta e fissando il proprio riflesso nello stupore e il desiderio degli spettatori che da basso slinguazzando animosamente soffrono desiderio.
Di scatto, inciampando in una ciabatta che avevo dimenticato di abitare, chiudo le persiane, la luce si fa buio, e solo il bulbico biancore oculare di Anna resta acceso, con dentro alla pupilla una fiamma che sento bruciare nel mio proprio nervo ottico…
Incandescenti pupille intente a fissare quel qualcosa che non d’immagine è darsi, ma è l’adamantino ergersi d’un surriscaldamento dell’essere, dell’essere corpo e anima in subbuglio, su un altare in ginocchio a pregando far sgorgare le fiamme che combustionano l’esistenza al ritmo d’un olocausto di olezzi e midollo. Una missa solemnis stonata a straccia gola, tanto straccia gola che alla fine la testa sarà mozzata a forza di voce, per invocare e benedire e riconnettermi e stare sotto l’ombra della tua Assenza, della tua Iper-Presenza… di quel tuo qualcosa che come nominarlo se non col vuoto d’un punto di domanda senza soluzione?

E vedo ora che Anna sbadiglia sbadiglia ha riacceso una candela e si sta specchianco di fronte ad uno specchio invero un po’ barocco, e la faccia sembra un’altra… quasi una vecchia racchittica che si consuma, andando verso la fine… la sua leggerezza, leggiadra, giovinezza, che certo non è magicamente svanita, è stata pero’ in qualche modo, intaccata… un altro sguardo, sotto un’altra luce rischiarata, quel suo volto splendente, di benefica apparizione, si tinge d’un rosa che tende a svanire, come un lentissimo degradare al grigio.
E cosi’ resto fiso, immobile, di fronte ad una visione che tarda a svaporare.


Gioie e affanni e infin t’attendo

aprile 13th, 2009 by eggs©

Bislacco cefalo, sobbalza rispondendo ritmico alle sollecitazioni dei movimenti delle stelle fisse, che di moto circolare intercedono per noi il destino, disegnando sulla volta del cielo la faccia incipriata di dio.
Costellazioni e precessioni smussano le sembianze di questo dio che se un essenza deve possedere è della stessa natura di quella che potrebbe avere uno spazio al di là d’ogni spazio, al vuoto che accoglie o genera l’hubbleiano accellerare dell’Universo.
E’ lo stesso volto che mi disegnano le ierofantiche servette che Tu m’invii per tenire in me desto il desiderio, per tenere in me viva la passione per una vita abitata dalla Tua Assenza.
E giungono giorno dopo giorno, mese dopo mese, istante dopo istante colme di odori e di profumati frutti caldi ancora, appena sradicati dal loro ramo, ancora pregni del calore che gli ha maturati, che li ha fatti crescere dalla forma di gemma, a quella di fiore, fino a questi frutti di cui mi ingozzo. Morso dopo morso, come mi mordessi la lingua, biascico e quasi soffoco per il peso del mio respiro, che m’ingonfia in petto, mozzando la cadenzata reiterazione del respiro per far spazio all’apnea del percepere: il corpo tutto non è che un soffio immane. Inane la possibilità della ragione di poter concepire tutto cio’ che in essa accade. Solo all’attenta contemplazione è dato scorgere qualcosa di questo sommovimento, solo la lingua tritturata che sanguina giù dalle labbra, puo’ tentare di testimoniar qualcosa, come le goccie di sangue da un braccio suicida possono ‘testimoniare’ la Morte.

. Poi fai in modo che dopo queste deliziosi vitalizi, che sembra proprio di manucare di quel ‘pane degli angeli’ caro al Poeta, si crei un varco di tempo, un momento di congelamento: più nessuna visita, niente frutti da sgranocculare, nessuna servetta gentile a chinar la testa ad offrirsi come tua progenie, frutto del tuo frutto, carne del tuo soffio… non rimane che la gelida solitudine che si abita di spiritati esseri dagli occhi di fosforo che fissano dalle pareti d’un gouffre quando si precipita, vertiginosamente verticali al cadere.
La stanza che ancora tintinnava dei sonagli alle caviglie delle tue svelte donzellette, ora rintocca il battito del cuore d’un tacchicardiaco. Le pareti che erano sembrate cosi’ lontane, tanto da sparire e lasciare al loro posto la sconfinata dimensione idilliaca d’un locus amoenus, si fanno prossime, tutto risuona d’una insolente materialità, tutto è fisso nella dura dimesione della vanitas, ogni cosa non è che cadere, ogni cosa non è che deperire, vano è il tutto, il fiore che diventando frutto sarà poi putrefazione al suolo o merdaio nelle interiore d’un essere digerente.

… e cosi’, t’attendo… attendo ancora che qualcosa risvegli in gioiosa estatica conteplazione… che mi sbarazzi dal lugubre rintoccare della noia ammorbante che circola endovenosa.

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Bronzino, Allegoria di Venere, part.

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marzo 25th, 2009 by eggs©

Tu, ti chiamo, e non so neppure a cosa si riferisca questo ‘TU’, a quale volto appartiene. A quel qualcosa, a cio’ che è cosi’, a quel non so che che fa la vita più viva, come raddopiata dalla sensazione che le sensazioni del corpo non sono soltando ricevute dall’esterno, ma anche ridonate dall’interno.
Una catena emozionale che gonfia il petto e implode il cuore in un’attesa estenuante che gonfia il corpo d’un desiderio che non si colma ma che al contrario si alimenta dell’attesa.
Cosi’ Tu, il cui nome non so, rimani come quell’attesa infestante che mi fa desiderare il tuo anonimto, la tua immacolata, innomata presenza.

Cosa senza volto tu sei regina delle maschere. E ora che ci penso chi m’assicura che Tu sia di femminil sembiante?
Cosi’ dedico ittifallici valletti, cosicome ninfette ai tuoi altari, ed ogni altare ha un nome di te, uno di tutti quelli che pur detti non bastano a nominarti.
Sei come l’Olimpo intero racchiuso in un segreto, come un Dio onnipotente impotente al logos, qualcosa di sottile come il soffio che m’attraversa la cervicale.


E’ Primavera. E contemplo la moleplicità che da te s’emana

marzo 25th, 2009 by eggs©

Ora mazzi di fiori spuntano da dovuque, potro’ estirparli al suolo, sentirne il loro soffio già cadente, il profumo del lamentarsi per una vita strappata al suolo, alla linfa che cloroformica vibra, per poterla inviare a te. Che questi fiori ripudierai: tu non vuoi essere amata, Tu, devi per forza essere presente in Tutto, non chiedi devozionale passione, non chiedi un altare in cui si sprema la passione per te, non vuoi fiotti spermatici ad inumidirti le labbra, ma che il mio seme sia deposto in ogni luogo, perchè ogni luogo vuoi essere Tu.
Non ti basta la nicchia dei miei pensieri, vuoi essere la linfa stessa che circola sostanziale nella sostanza stessa dell’intero creato.
Non divinità agricola erotica avinazzata gravida, ma monopolio assoluto del Sacro, un solo volto che non si da ad immagine vedere, ma che si cela come forza in movimento, come soffio che pantaforme scorre senza che neppure un’icona possa bastare a delimitare i tuoi contorni.
Volto senza faccia, stai solo ad osservar quel che il tuo ventre non smette di germogliare, e non sei data a vedere che nel prismatico scindersi della molteplicità dell’esistente.
Ogni immagine, ogni cosa vista, ogni amore, ogni cosa amata, è un immagine incorniciata della passione che c’ha abitato in te.
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Nel ventre tuo si racccese l’amore
per lo cui caldo ne l’etterna pace
cosi’ è germinato questo fiore

Dante, Pr. XXXIII, 7-9


La Natura Naturans. à Beethoven

marzo 25th, 2009 by eggs©

Risorge primavera ad ogni saliva che si sparge al suolo e feconda un seme al suolo gettato a germogliare d’un nuovo pianto di profumo e di colore, e ad orde gli insetti assettati s’abbeverano di polline inibendo il loro volo, è una musica quello sfrigolio d’ali all’aria.
Si divarica la terra, si fa spazio strisciando verso l’eliotropico richiamo il pistillo che comincerà a brillare di nuova vita, come una terra che avrà ritrovato lo spazio per la santità, per quella vita ritornante che ad ogni stagione non cessa, ma ricicla nella successiva.
Ed è Persefone che dagli inferi dintorni notturni del sottosuolo risorge, ricomparsa a quella terra dalla quale per sei mesi restava rapita, da quel gelido fervido innamorato che a sua madre, la Terra Demetra, l’aveva prelevata.
Cosi’ ad ogni primavera, cosi’ ad ogni rinascere, è sempre una giecenza infossata nella virtualità dell’essere, che poi si manifesta come attualizzazione, come presenza a sé, che ritorna.
Cosi’ è del momento della coscienza che si rivela a se stessa, come il ritorno di qualcosa che pur sempre presente, restava celata alla vista, pura latenza da risvegliare incagliata nel sottofondo dell’inconscienza.
Cosi’ è primavera quando risorge il corpo al corpo, la vita si risente fluente contaggio amoroso, e la passione d’accarezzare, di stringere e il lasciarsi stringere da quel necessario tepore d’un sole che si risolleva a durare più delle notti.
E’ primavera, l’equinoziale editto richiama il sole a percorrere il suo corso prendendo più spazio del buio, a celare per più tempo quel pallido glaciale oscillar da plenilunio a vuoto oscuro del cielo.

E’ primavera, e i campi son ebbri della seva che fibrilla e degli animali che dal letargo si risvegliano per fornicare, mangiare, procreare, perpetrare quell’entusiasmo inesaudibile della Natura Naturante.
I ghiacciai si sciolgono, le acque scrosciano, s’infiltrano nel suolo, la terra si rimescola mobile, fangosa, plasmica. Tutto scorre come vita.

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Beethoven, Sinfonia n. 6 in Fa maggiore, Op. 68

1. Allegro ma non troppo
(Erwachen heiterer Empfindungen bei der Ankunft auf dem Lande: Risveglio di impressioni piacevoli arrivando alla campagna)

2. Andante molto moto
(Szene am Bach : Scena al ruscello)

3. Allegro
(Lustiges Zusammensein der Landleute : Gioiosa assemblea di paesani)

4. Allegro
(Gewitter – Sturm : Tuono – Tempesta)

5. Allegretto
(Hirtengesang. Frohe und dankbare Gefühle nach dem Sturm : Canto pastorale. Sentimenti di gioia e riconoscenza dopo la tempesta)