prologo
sabato, marzo 1st, 2008Uno psichiatra è stato addestrato a credere che, se dovesse pensare di pensare e di sentire più o meno come quelle persone per cui ha formulato la diagnosi di psicosi, ciò non significherebbe che esse non sono psicotiche, ma che egli stesso è psicotico. Vi è, in un certo senso, una maggiore differenza fra uno psichiatra di questo credo e uno schizofrenico che fra un normale essere umano e un topo.
P R O L O G O
Non vuoi capire che ogni Uccello che fende le vie dell’aria
E’ un universo di delizie, chiuso dai tuoi cinque sensi?”
(W. Blake)
Se c’é un paradosso che muove la nostra cultura è quello che ci obbliga a credere solo a ciò che vediamo e, allo stesso tempo, ci chiede di provarne l’esistenza. Dobbiamo credere ai nostri occhi ma solo fino al momento in cui quello che vediamo è o può essere visto da altri. Se non riusciamo a registrare la voce che ci sta parlando o a fotografare la persona che lo sta facendo, non dobbiamo credere ai nostri occhi, né prestare ascolto alle nostre orecchie. Se lo facciamo corriamo il rischio di essere messi ai margini della realtà sociale e umana e costretti con ogni mezzo a rinunciare a comunicare la nostra esperienza.
Non dovrebbe essere difficile accettare il fatto che la realtà di questo muro è frutto della mia percezione. Fossi cieco non ne avrei esperienza a meno che non ci andassi a sbattere contro. Il tatto sostituirebbe la vista in maniera dolorosa, ma concreta. Fossimo ciechi descriveremmo la realtà a partire dai suoni e dagli odori che la popolano. Non ne avremmo un’immagine, non troveremmo sensato percepire le forme o pensare che li dove c’è un suono ci debba per forza essere qualcosa (o qualcuno) che l’abbia prodotto. Non ci porremmo neanche un tale problema. Il muro semplicemente non esisterebbe e nessuno crederebbe reale l’esperienza di andare a sbatterci contro. Se qualcuno dicesse che esiste qualcosa come un muro, una forma o dei colori sarebbe presto internato e il suo cervello studiato per capire cosa non va nel suo funzionamento.
” Sembrava come se avessi delle linee telefoniche dentro il mio petto. All’inizio sono stato persino abbastanza stupido da guardarmi dentro la camicia per vedere da dove venivano – forse c’era un microfono o qualcosa di simile, pensavo, ‘incredibile, mi sembra di avere un centralino telefonico incorporato”
Stanotte molto sonno,
anche ieri molto sonno,
ma stanotte mi sembrava di sentire voci che non distinguevo
e ho acceso la radio per non sentirle.
Stamattina in cucina,
mentre facevo il caffè, sentivo:
<<con la tua radio non abbiamo potuto dormire >>
“Dunque, mentre consideravo perchè la vostra giustizia rifiutasse a tante vostre serve fedeli i favori e le grazie che ricevevo io, nonostante la mia indegnità, Voi mi rispondeste: “Tu servimi, e non pensare ad altro!“. Era la prima volta che udivo da Voi, e ne rimasi molto spaventata”.
(Teresa D’AVILA 1985, pag. 236)
“Un giorno dopo aver durato a lungo in orazione e supplicato il Signore ad aiutarmi per potergli piacere, cominciai la recita dell’inno, e mentre lo recitavo mi colse un rapimento così improvviso da rimanermene quasi fuori di me. Era la prima volta che Dio mi faceva questa grazia, nè potei mai dubitarne per essere stata molto evidente. Intesi allora queste parole: Non voglio più che conversi con gli uomini, ma soltanto con gli angeli”.