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E a un tratto aveva detto, con la rapidità di chi scocca la freccia ultima, che “la mania è più bella della sophrosyne”, di quel sapiente controllo di sé, di quell’intensità media, protetta dalle temibili punte, che i Greci si erano conquistati con immensa fatica e che poi, per un immenso malinteso storico, sarebbe stata identificata da tanti con la Grecia stessa. Ma perchè la mania è più bella? Socrate aggiunge: “perche la mania nasce dal dio”, mentre la sophrosyne “nasce presso gli uomini”.
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Racconta Pindaro che la possessione erotica scese nel mondo dall’Olimpo sotto forma di un oggetto, una sorta di giocattolo enigmatico, che alcuni hanno avvicinato alla trottola, altri al diabolo. Era una ruota con quattro raggi, a cui si saldava il corpo di un uccello, il torcicollo, noto per i suoi guizzi convulsi. Afrodite, “la sovrana dai dardi più veloci”, dice sempre Pindaro, ne fece dono a Giasone perché seducesse Medea: “La dea nata a Cipro porto’ per la prima volta agli uomini il variegato uccello delirante (mainàd’ornin) e insegno’ al sapiente figlio Esone incanti e fatture perchè facesse dimenticare a Medea il rispetto dei genitori e il desiderio di vedere la Grecia frustrasse la sua mente infiammata con la sferza di Peitho”. Ma chi era Iynx, il “variegato uccello delirante”? Una Ninfa. Aveva offerto a Zeus un filtro d’amore, per farlo incapricciare di Io, sacerdotessa di Hera. E Hera l’aveva punita trasformandola in quell’uccello di cui i Greci dicevano che era seisopygis, “che scuote le natiche”. E’ forse questa la prima immagine in cui troviamo saldate la fatalità e la fatuità. Il nome delle fate, eredi delle Ninfe, deriva dai Fata, le tre Parche, e da certe oscure divinità dette Fatuae, nome che si riferisce al fari profetico prima di dare origine, in francese e in italiano, alla parola “fatuità”. Nella ruota a cui il torcicollo viene saldato riconosciamo la ruota di Issione, il cerchio ineludibile della necessità, mentre nei guizzi di Iynx i Greci percepivano un gesto della fatuità erotica, noto a tutti i music-hall. E li saldarono insieme, come dovremmo saldarli noi per risalire all’origine delle Ninfe.
La storia di Iynx ci mostra che la possessione è in senso letterale un “dono divino”, come dice il Fedro – e precisamente uno strano oggetto che Afrodite regalo’ a un eroe. Secondo un frammento di Pindaro, Apollo fece affiggere al suo tempio di Delfi delle iynges d’oro, perché l’oggetto che racchiude la possessione fosse accolto nel suo luogo predestinato: “e sopra il frontone cantavano le incantatrici dorate”. In età alessandrina, infine, le iynges si trovavano spesso nelle stanze femminili, accanto agli accessori per il trucco. Le usavano certe donne infatuate per richiamare a sé, da lontano, gli amanti ribelli.
Se all’origine della possessione incontriamo una Ninfa – Iynx -, se le Ninfe presiedono alla possessione nella sua massima generalità, cosi’ è perchè esse stesse sono l’elemento della possessione, sono quelle acque perennemente increspate e mutevoli dove improvvisamente un simulacro si staglia sovrano e soggioga la mente. E questo ci riconduce al lessico greco: nymphe significa sia “fanciulla pronta alle nozze” sia “sorgente”. Ma occorre chiedersi qualcosa di più su quelle acque, schiudere il loro mobile sigillo. E una chiarezza improvvisa ci verrà dal frammento di un inno ad Apollo, citato da Porfirio nel De antro Nympharum. Vi leggiamo che Apollo ricevette dalle Ninfe il dono noeron hydàton, delle “acque mentali”. Qui finalmente si nomina “the stuff Nymphs are made of”.
Ninfa è dunque la materia mentale che fa agire e che subisce l’incantamento, qualcosa di molto affine a cio’ che gli alchimisti chiameranno prima materia e che ancora risuona in Paracelso, là dove parla di “nymphidiadica natura“. Forse ora potremo tentare di cogliere la peculiarità della ninfoflessia, cio’ che la distingue da ogni altro tipo di possessione. Soltanto un testo accenna a come si diventa nympholeptos. Lo troviamo in Festo: “Per antica tradizione si dice che chiunque veda un’apparizione emergere da una sorgente, cioé l’immagine di una Ninfa, delira; i Greci definiscono costoro nympholeptous mentre i Latini li chiamano lymphaticos”.
Il delirio suscitato dalle Ninfe nasce dunque dall’acqua e da un corpo che ne emerge, cosi’ come l’immagine mentale affiora dal continuo della coscienza. Ma proprio questa era la visione esaltante che saluta, in Catullo, l’avvio della spedizione degli Argonauti, versi che vibrano della felicità degli inizi: “quel giorno, e un altro ancora, alcuni mortali ebbero la visione di Ninfe marine dal corpo nudo che emergevano con tutto il busto dal gorgo candido”.
Potremmo prendere questa epifania come uno smagliante cammeo alessandrino. Ma con le Ninfe occorre cautela. E’ proprio il più delicato degli Alessandrini, Teocrito, che nel presentarci le Ninfe subito le definisce deinai, “terribili”. E subito ci svela la loro essenza terribile nella storia di Hylas, uno dei primi episodi nelle avventure degli Argonauti.
Quando gli eroi sbarcano a Kios, Hylas, l’incantevole amante di Eracle, si allontana per cercare acqua. Cosi’ giunge a una sorgente nel momento stesso in cui una Ninfa ne sta emergendo, come se in solitudine si ripetesse con lui la scena descritta da Catullo. La Ninfa è sopraffatta da un desiderio violento. Si avvicina a Hylas mentre il giovane sta per attingere l’acqua. Gli cinge il collo con un braccio per baciarlo sulla bocca. Ma il suo braccio destro “lo spingeva verso il basso e lo faceva affondare in mezzo al gorgo”. Questa la descrizione di Apollonio, mirabile nella sua ambiguità. In Teocrito, le Ninfe sono più d’una e Hylas sembra cadere da solo nell’acqua. Ma anche qui la violenza è sottilmente accennata. Tutte tentano di prendere la mano di Hylas. E il giovane “precipito’ nell’acqua nera, come un astro rovente precipita dal cielo nel mare, e allora i marinai dicono ai compagni: Lascate le vele, c’è un colpo di vento”. L’allusività di Teocrito è quanto mai precisa: le Ninfe infatti, nella loro azione di rapitrici, sono assimilate per antica tradizione, ancora testimoniata nal folklore greco moderno, a un vortice di vento. Ma perchè l’episodio di Hylas appaia in tutta la sua crudezza occorrerà osservare un dipinto di Ercolano. Qui le Ninfe sono tre, attorno a Hylas immerso sino ai fianchi. E due premono con le mani sulla sua testa. Il gesto è chiaro: non vogliono abbracciarlo, ma affogarlo, sprofondarlo nelle loro acque come in un delirio senza ritorno.
Il più celebre fra i nympholeptoi fu Socrate. In un giorno d’estate assordante di cicale, sotto un alto platano lungo l’Ilisso, accanto a un piccolo santuario delle Ninfe con statuette votive, e proprio nell’ora meridiana in cui si deve tacere perchè ogni suono è pericoloso e provoca l’ira di Pan, Socrate enuncio’ al suo amico Fedro la dottrina più pericolosa, quella che egli stesso espelle con ignominia dalla città nel libro decimo della Repubblica. Ma il luogo dove ora Socrate stava parlando si trovava già fuori dalla città, già apparteneva all’aranya, al luogo selvaggio, alla “foresta”, che per gli Indiani fu sempre il luogo della dottrina esoterica, spesso opposta a quella accettata nella comunità, una dottrina che qui Socrate presenta con il gesto di chi compie una cerimonia, un’”antica pratica di purificazione”, un katharmos, subito dopo aver annunciato di sentirsi nympholeptos, rapito dalle Ninfe. Ma qual era stato il suo peccato? Aver peccato contro Eros, dice Socrate, ma aggiunge anche qualcosa di ben sorprendente, e usando lo stesso verbo, hamartanein: “Aver peccato riguardo alla mitologia”. E come si puo’ “peccare riguardo alla mitologia”? Dall’unico esempio che Socrate ce ne offre – ed è la storia di Stesicoro ed Elena – desumiamo che pecca riguardo alla mitologia chi erra sulla natura del simulacro.
Se quel peccato è il misconoscimento della lingua dei simulacri, di una sapienza che parla per gesti e per immagini – e per intrecci inesauribili di gesti e di immagini -, destinatarie della palinodia non potranno che essere le Ninfe, in quanto sono le figure mitiche più affini ai simulacri; e tendono addiritura a confondersi con essi, come eidola del mondo che irrompono fra gli eidola della mente. Percio’, alla fine del Fedro, Socrate non dimentica di rivolgere una preghiera alle Ninfe.
Il discorso di Socrate si presenta come un katharmos, un rito purificatorio, all’interno del quale troviamo, en abîme, la descrizione di un katharmos – e precisamente nel denso paragrafo dove Socrate parla del secondo tipo della mania, la mania telestiké. Qui si accenna a “malattie grandissime e prove”, a “colpe antiche” da cui il katharmos, che è un’azione cerimoniale compiuta, secondo la definizione di Pfister, da “uno ierofante che delira”, offre “liberazione” (lysis). Ora, è appunto questa la descrizione più perspicua di cio’ che è il Fedro stesso, in quanto opera di ripartizione verso una potenza offesa, che è insieme Eros e la mitologia – e le Ninfe stesse, in quanto mediatrici dell’uno e dell’altra. Ma chi ha mai offeso cosi’ duramente la mitologia, e con essa la conoscenza metamorfica, come Platone nella Repubblica? Si discute da anni sull’anteriorità o posterità del Fedro rispetto alla Repubblica. Ma non è questo il punto. Il Fedro e la Repubblica sono in sé due poli antitetici perenni del giudizio sulla conoscenza metamorfica. Leggeremo sempre l’uno nell’ombra dell’altro. Se la Repubblica tratta dei simulacri che contagiano come una pestilenza, il Fedro tratta dei simulacri che guariscono. Socrate vuole innanzitutto mostrarci come, di quella malattia che è la mania – e, nel suo caso, nel momento stesso in cui parla, del delirio del nympholeptos -, la sola guarigione e liberazione venga dal delirio stesso. Ho trosas iàsetai, “colui che ha ferito guarirà”: questo proverbio che nacque come oracolo pronunciato da Apollo per Telefo aleggia, come una massima delfica, su tutto il Fedro. E il Fedro stesso puo’ essere inteso come il racconto della guarigione offerta alle Ninfe e dalle Ninfe che hanno catturato Socrate nel loro delirio.
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