Archive for settembre, 2008

Zut! Ariane me lâche et j’entends mugir le Minotaure.

martedì, settembre 30th, 2008

Merda! Arianna mi lascia e sento muggire il Minotauro.

da: Léon Bloy_ Exégèse des Lieux Communs, ed. Rivage/Poches, Paris, 2005. pag. 17

a: http://eggs.altervista.org/rs/?p=60

Da: Roberto Calasso_ La follia che viene dalle Ninfe, ed. Adelphi, 2005, Milano; pag. 44, 29-37

lunedì, settembre 29th, 2008

[…]
E a un tratto aveva detto, con la rapidità di chi scocca la freccia ultima, che “la mania è più bella della sophrosyne”, di quel sapiente controllo di sé, di quell’intensità media, protetta dalle temibili punte, che i Greci si erano conquistati con immensa fatica e che poi, per un immenso malinteso storico, sarebbe stata identificata da tanti con la Grecia stessa. Ma perchè la mania è più bella? Socrate aggiunge: “perche la mania nasce dal dio”, mentre la sophrosyne “nasce presso gli uomini”.

[…]

Racconta Pindaro che la possessione erotica scese nel mondo dall’Olimpo sotto forma di un oggetto, una sorta di giocattolo enigmatico, che alcuni hanno avvicinato alla trottola, altri al diabolo. Era una ruota con quattro raggi, a cui si saldava il corpo di un uccello, il torcicollo, noto per i suoi guizzi convulsi. Afrodite, “la sovrana dai dardi più veloci”, dice sempre Pindaro, ne fece dono a Giasone perché seducesse Medea: “La dea nata a Cipro porto’ per la prima volta agli uomini il variegato uccello delirante (mainàd’ornin) e insegno’ al sapiente figlio Esone incanti e fatture perchè facesse dimenticare a Medea il rispetto dei genitori e il desiderio di vedere la Grecia frustrasse la sua mente infiammata con la sferza di Peitho”. Ma chi era Iynx, il “variegato uccello delirante”? Una Ninfa. Aveva offerto a Zeus un filtro d’amore, per farlo incapricciare di Io, sacerdotessa di Hera. E Hera l’aveva punita trasformandola in quell’uccello di cui i Greci dicevano che era seisopygis, “che scuote le natiche”. E’ forse questa la prima immagine in cui troviamo saldate la fatalità e la fatuità. Il nome delle fate, eredi delle Ninfe, deriva dai Fata, le tre Parche, e da certe oscure divinità dette Fatuae, nome che si riferisce al fari profetico prima di dare origine, in francese e in italiano, alla parola “fatuità”. Nella ruota a cui il torcicollo viene saldato riconosciamo la ruota di Issione, il cerchio ineludibile della necessità, mentre nei guizzi di Iynx i Greci percepivano un gesto della fatuità erotica, noto a tutti i music-hall. E li saldarono insieme, come dovremmo saldarli noi per risalire all’origine delle Ninfe.
La storia di Iynx ci mostra che la possessione è in senso letterale un “dono divino”, come dice il Fedro – e precisamente uno strano oggetto che Afrodite regalo’ a un eroe. Secondo un frammento di Pindaro, Apollo fece affiggere al suo tempio di Delfi delle iynges d’oro, perché l’oggetto che racchiude la possessione fosse accolto nel suo luogo predestinato: “e sopra il frontone cantavano le incantatrici dorate”. In età alessandrina, infine, le iynges si trovavano spesso nelle stanze femminili, accanto agli accessori per il trucco. Le usavano certe donne infatuate per richiamare a sé, da lontano, gli amanti ribelli.
Se all’origine della possessione incontriamo una Ninfa – Iynx -, se le Ninfe presiedono alla possessione nella sua massima generalità, cosi’ è perchè esse stesse sono l’elemento della possessione, sono quelle acque perennemente increspate e mutevoli dove improvvisamente un simulacro si staglia sovrano e soggioga la mente. E questo ci riconduce al lessico greco: nymphe significa sia “fanciulla pronta alle nozze” sia “sorgente”. Ma occorre chiedersi qualcosa di più su quelle acque, schiudere il loro mobile sigillo. E una chiarezza improvvisa ci verrà dal frammento di un inno ad Apollo, citato da Porfirio nel De antro Nympharum. Vi leggiamo che Apollo ricevette dalle Ninfe il dono noeron hydàton, delle “acque mentali”. Qui finalmente si nomina “the stuff Nymphs are made of”.
Ninfa è dunque la materia mentale che fa agire e che subisce l’incantamento, qualcosa di molto affine a cio’ che gli alchimisti chiameranno prima materia e che ancora risuona in Paracelso, là dove parla di “nymphidiadica natura“. Forse ora potremo tentare di cogliere la peculiarità della ninfoflessia, cio’ che la distingue da ogni altro tipo di possessione. Soltanto un testo accenna a come si diventa nympholeptos. Lo troviamo in Festo: “Per antica tradizione si dice che chiunque veda un’apparizione emergere da una sorgente, cioé l’immagine di una Ninfa, delira; i Greci definiscono costoro nympholeptous mentre i Latini li chiamano lymphaticos”.
Il delirio suscitato dalle Ninfe nasce dunque dall’acqua e da un corpo che ne emerge, cosi’ come l’immagine mentale affiora dal continuo della coscienza. Ma proprio questa era la visione esaltante che saluta, in Catullo, l’avvio della spedizione degli Argonauti, versi che vibrano della felicità degli inizi: “quel giorno, e un altro ancora, alcuni mortali ebbero la visione di Ninfe marine dal corpo nudo che emergevano con tutto il busto dal gorgo candido”.
Potremmo prendere questa epifania come uno smagliante cammeo alessandrino. Ma con le Ninfe occorre cautela. E’ proprio il più delicato degli Alessandrini, Teocrito, che nel presentarci le Ninfe subito le definisce deinai, “terribili”. E subito ci svela la loro essenza terribile nella storia di Hylas, uno dei primi episodi nelle avventure degli Argonauti.
Quando gli eroi sbarcano a Kios, Hylas, l’incantevole amante di Eracle, si allontana per cercare acqua. Cosi’ giunge a una sorgente nel momento stesso in cui una Ninfa ne sta emergendo, come se in solitudine si ripetesse con lui la scena descritta da Catullo. La Ninfa è sopraffatta da un desiderio violento. Si avvicina a Hylas mentre il giovane sta per attingere l’acqua. Gli cinge il collo con un braccio per baciarlo sulla bocca. Ma il suo braccio destro “lo spingeva verso il basso e lo faceva affondare in mezzo al gorgo”. Questa la descrizione di Apollonio, mirabile nella sua ambiguità. In Teocrito, le Ninfe sono più d’una e Hylas sembra cadere da solo nell’acqua. Ma anche qui la violenza è sottilmente accennata. Tutte tentano di prendere la mano di Hylas. E il giovane “precipito’ nell’acqua nera, come un astro rovente precipita dal cielo nel mare, e allora i marinai dicono ai compagni: Lascate le vele, c’è un colpo di vento”. L’allusività di Teocrito è quanto mai precisa: le Ninfe infatti, nella loro azione di rapitrici, sono assimilate per antica tradizione, ancora testimoniata nal folklore greco moderno, a un vortice di vento. Ma perchè l’episodio di Hylas appaia in tutta la sua crudezza occorrerà osservare un dipinto di Ercolano. Qui le Ninfe sono tre, attorno a Hylas immerso sino ai fianchi. E due premono con le mani sulla sua testa. Il gesto è chiaro: non vogliono abbracciarlo, ma affogarlo, sprofondarlo nelle loro acque come in un delirio senza ritorno.
Il più celebre fra i nympholeptoi fu Socrate. In un giorno d’estate assordante di cicale, sotto un alto platano lungo l’Ilisso, accanto a un piccolo santuario delle Ninfe con statuette votive, e proprio nell’ora meridiana in cui si deve tacere perchè ogni suono è pericoloso e provoca l’ira di Pan, Socrate enuncio’ al suo amico Fedro la dottrina più pericolosa, quella che egli stesso espelle con ignominia dalla città nel libro decimo della Repubblica. Ma il luogo dove ora Socrate stava parlando si trovava già fuori dalla città, già apparteneva all’aranya, al luogo selvaggio, alla “foresta”, che per gli Indiani fu sempre il luogo della dottrina esoterica, spesso opposta a quella accettata nella comunità, una dottrina che qui Socrate presenta con il gesto di chi compie una cerimonia, un’”antica pratica di purificazione”, un katharmos, subito dopo aver annunciato di sentirsi nympholeptos, rapito dalle Ninfe. Ma qual era stato il suo peccato? Aver peccato contro Eros, dice Socrate, ma aggiunge anche qualcosa di ben sorprendente, e usando lo stesso verbo, hamartanein: “Aver peccato riguardo alla mitologia”. E come si puo’ “peccare riguardo alla mitologia”? Dall’unico esempio che Socrate ce ne offre – ed è la storia di Stesicoro ed Elena – desumiamo che pecca riguardo alla mitologia chi erra sulla natura del simulacro.
Se quel peccato è il misconoscimento della lingua dei simulacri, di una sapienza che parla per gesti e per immagini – e per intrecci inesauribili di gesti e di immagini -, destinatarie della palinodia non potranno che essere le Ninfe, in quanto sono le figure mitiche più affini ai simulacri; e tendono addiritura a confondersi con essi, come eidola del mondo che irrompono fra gli eidola della mente. Percio’, alla fine del Fedro, Socrate non dimentica di rivolgere una preghiera alle Ninfe.
Il discorso di Socrate si presenta come un katharmos, un rito purificatorio, all’interno del quale troviamo, en abîme, la descrizione di un katharmos – e precisamente nel denso paragrafo dove Socrate parla del secondo tipo della mania, la mania telestiké. Qui si accenna a “malattie grandissime e prove”, a “colpe antiche” da cui il katharmos, che è un’azione cerimoniale compiuta, secondo la definizione di Pfister, da “uno ierofante che delira”, offre “liberazione” (lysis). Ora, è appunto questa la descrizione più perspicua di cio’ che è il Fedro stesso, in quanto opera di ripartizione verso una potenza offesa, che è insieme Eros e la mitologia – e le Ninfe stesse, in quanto mediatrici dell’uno e dell’altra. Ma chi ha mai offeso cosi’ duramente la mitologia, e con essa la conoscenza metamorfica, come Platone nella Repubblica? Si discute da anni sull’anteriorità o posterità del Fedro rispetto alla Repubblica. Ma non è questo il punto. Il Fedro e la Repubblica sono in sé due poli antitetici perenni del giudizio sulla conoscenza metamorfica. Leggeremo sempre l’uno nell’ombra dell’altro. Se la Repubblica tratta dei simulacri che contagiano come una pestilenza, il Fedro tratta dei simulacri che guariscono. Socrate vuole innanzitutto mostrarci come, di quella malattia che è la mania – e, nel suo caso, nel momento stesso in cui parla, del delirio del nympholeptos -, la sola guarigione e liberazione venga dal delirio stesso. Ho trosas iàsetai, “colui che ha ferito guarirà”: questo proverbio che nacque come oracolo pronunciato da Apollo per Telefo aleggia, come una massima delfica, su tutto il Fedro. E il Fedro stesso puo’ essere inteso come il racconto della guarigione offerta alle Ninfe e dalle Ninfe che hanno catturato Socrate nel loro delirio.

[…]

La maschera che si specchia.

lunedì, settembre 29th, 2008

Il doppio stava allo specchio, intorno a loro, le ombre.
L’occhio nell’occhio a identificarsi lo stesso. Il muoversi dell’uno era il muoversi dell’altro. All’inizio sembrava si potesse decidere qualche oscillazione. Un muover l’occhio verso destra, imbronciare d’un poco il labbro, sperimentare uno scatto improviso. Il tentativo di distaccarsi dall’eccessiva rassomiglianza.
Ma giacevano immobili, specchio contro specchio, affisi nella loro stasi.
Non sembrava altro che osservassero la trasparenza del loro vedere, la cecità d’un pupilla che non fissa altro che un identica e simmetrica pupilla; un punto nero iridescente che si specula in un punto nero iridescente.

Tra loro un gelido silenzio ricopriva il tutto.
Quella sensazione di soffocante pienezza, chiedeva d’essere smussata. Un’incrinitatura su quella trasparenza, un’infima traccia, una filettatura del vedere.
Bisognava che quella trasparenza si coprisse almeno parzialmente; bisognava sporcare, annebiare la vista, perchè qualcosa si desse a vedere. Perchè qualcosa si frapponesse tra quelle due identità allo specchio.

E furono delle macchie prima nere e informi, allucinazioni ipnopomptiche, che si susseguivano reimmergenti nel proprio svanire, a creare della separazione. Ora uno restavo fiso sull’altro, mentre l’altro, inscenava la vita che entrambi avrebbero vissuto.
Queste macchie sempre più richiedevano domestichezza, troppo rapido il loro svanire e riapparire, intermittente e sempre incerto. La paura che di colpo il mondo si cancelli di fronte a noi, che l’attimo che ora è appena stato, non ritorni più, possa non ritornare. L’idea della morte inizio’ a rodere gli intestini di entrambi.
Lo specchio rivoleva quella trasparenza che un tempo assicurava perennità, senza tempo, l’immortalità trasfusa nelle vene: l’identico senza faccia.
Fu questione di imparare a giocar con quelle macchie. Modellare dei contorni, definire dei margini. Associare margine con margine per generarne un terzo, elidere qua e là un contorno perchè si mescolino le sostanze. Smussare, limare dei bordi, lavorare sulle tonalità di bianco, per scolorire quelle chiazze nebulose.
Dai primi dettagli e contorni cosi’ disposti, uno stirarsi della laringe in una specie di necessità d’un pianto, fece che qualcuno emise un suono.
Quella nebula muta si riempi’ di voce.
Una e infinita eco: che a quei contorni e margini in bianco e nero, sovrapponeva la screziatura, l’imagine metamorfica della mente.
L’imagine diede il movimento, scivolo’ il bianco dal nero a se stesso e viceversa, e tra il loro rimescolio la gamma infinita dello spettro di colori, scomponibile attraverso il prisma della coscienza.
Ora una voce disegnava quei contorni, ne associava suoni che divennero nomi, che divennero racconti, che divennero la vita che vissuta ti sarai raccontato.
Le ombre tra loro ora perennemente cantano la propria lode, ininterrottamente danno un volto ad uno che cosi’ sarà uguale all’altro.
La maschera che si specchia.

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. SCRITTO per il CONCORSO: ‘I CINQUE TEMI’ indetto da: www.blognuvole.com .

A letter to Ninfa. D’un 29 Settembre che tu apparisti.

domenica, settembre 28th, 2008

Lodevolmente invocando il sottofondo della mia voce, con le ginocchia piegate a prender sempre più slancio, inseguo l’incantevole desiderio che mi trascina. La mia voce tace il tuo nome, che il grido intrafonico del mio petto straripa. Annego, annaspo e più nuoto, nel desirio immerso, muovo braccia subacqueo, con una maschera che mi fa da volto e l’apparecchiatura adatta alle immersione oceaniche nel mar dell’essere.
Tu li’, rincorri, scaraventata sul panico: qualche terribile divinità in preda all’abominio del sentire, che s’insegue.
Sempre un dio manca di te, non si da divinità senza il desiderio di te. Non si da moto all’anima senza il tintinnio delle tue cavigliere in fuga.

A volte disperatamente un gomito poggiato sul ginocchio fa da giaciglio al malore del disappunto; il non vederti, il correr attorno a te, diventa disperante e insensata corsa attorno a se stessi. Non più il desiderio a muoverci, ma un agghiacciante e autospeculativa analisi del pensiero che osserva il pensare; ch’obbliga alla malinconica immersione della stasi.
Non più cavigliere a tintinnare di qua e di là per poi tornando continuare ad andare, ma il silenzio sordo dei propri timpani che s’ascoltano. Un brusio che non è ancor brusio, il desiderio assorto su se stesso, spento l’immaginare. La chiarezza della visione è un profondo vedere senza oggetto. Il proprio occhio ogni tanto è tentato al massimo d’ipotizzarsi una propria trasparenza. Ma senza desiderio non si da visione, e il desiderio su se stesso, il desiderio che desidera, non sa amare. Giace, non presupponendo un oggetto.
La ninfa non più fuggitiva, ora è lei a pensare, ora è lei a desiderare.
E la ninfa si corica sulla propria immagine, è l’acceccamento: è identico all’affogamento immortale di Narciso.
Narciso affoga ma non annega. L’immagine di chi si guarda finisce la dove si è guardati.
Tra vita e morte è una soglia, e in quella soglia è che giace l’immagine di se stessi.

Ma poi rinnamorarsi per desiderare. Ed ecco che tu, mia Ninfa, figlia di quel desiderio che tu generi e che contemporaneo ti genero’, riprendi a tintinnare benigna.
E smesso l’amore, un Io, un mondo comincia a desiderare, vago del tempo che ‘è’ e memore solo di quell’ora in cui tu m’appari.
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O. Gibbons_ Mask The fairest nymph MB43

D’amor Sull’ali Rosee- Verdi,”Il Trovatore”,Atto IV Scena I

venerdì, settembre 26th, 2008

 

D’amor sull’ali rosee 
vanne, sospir dolente, 
del prigioniero misero 
conforta l’egra mente… 
com’aura di speranza 
aleggia in quella stanza, 
lo desta alle memorie, 
ai sogni, ai sogni dell’amor! 
ma deh! non dirgli improvvido, 
le pene, le pene, le pene del mio cor, 
deh! non dirgli improvvido 
le pene del mio cor, 
le pene, le pene del cor. 

Coro interno 
Miserere d’un’alma già vicina 
alla partenza che non ha ritorno; 
miserere di lei, bontà divina; 
preda non sia dell’infernal soggiorno.

Leonora 
Quel suon, quelle preci, solenni, funeste, 
empiron quest’aere di cupo terror! 
Contende l’ambascia, che tutta m’investe, 
al labbro il respiro, i palpiti al cor, 
il respiro, i palpiti al cor, 
Manrico 
Ah! che la morte ognora 
è tarda nel venir 
a chi desia, a chi desia morir!… 
 Addio, addio, Leonora, addio! 
 Leonora 
\ Oh ciel! sento mancarmi!

Coro interno 
Miserere d’un’alma già vicina 
alla partenza che non ha ritorno; 
miserere di lei, bontà divina; 
preda non sia dell’infernal soggiorno.

Leonora 
Sull’orrida torre 
Coro interno 
Miserere! 
Leonora 
ahi! par che la morte 
Coro interno 
miserere! 
Leonora 
con ali di tenebre 
Coro interno 
miserere! 
Leonora 
librando si va… 
Coro interno 
miserere! 
Leonora 
Ah forse dischiuse 
Coro interno  
miserere! 
Leonora 
gli fian queste porte 
sol quando cadaver già freddo sarà, 
/ quando cadaver già freddo sarà. 
Coro interno 
\ miserere! 
Manrico 
Sconto col sangue mio 
l’amor che posi in te!… 
Non ti scordar, non ti scordar di me, 
Leonora, addio, Leonora, addio, addio! 
||: 
Leonora 
| Di te, di te scordarmi! 
| di te, di te scordarmi! 
| di te scordarmi! di te scordarmi! 
| Sento mancarmi… 
Manrico 
| Sconto col sangue mio 
| l’amor che posi in te! 
| Non ti scordar, non ti scordar di me, 
| Leonora, addio. 
Coro interno  
| Miserere! miserere! 
\ miserere! miserere! 
:| | 
Leonora 
| Di te scordarmi! di te scordarmi! di te! 
Manrico 
| Leonora, addio! 
Coro interno 
\ miserere! miserere! 
o con te per sempre unita 
Leonora 
Di te! di te! scordarmi di te!

 

Leonora 
||: 
Tu vedrai che amore in terra 
mai del mio non fu più forte: 
vinse il fato in aspra guerra, 
vincerà la stessa morte. 
O col prezzo di mia vita 
la tua vita io salverò, 
o con te per sempre unita 
nella tomba scenderò! 
Con te per sempre unita sì, 
nella tomba scenderò! 
O col prezzo di mia vita 
la tua vita io salverò, 
o con te unita 
nella tomba scenderò! 
O con te per sempre unita 
nella tomba scenderò 
con te per sempre, per sempre unita 
nella tomba scenderò! 
:|
Ah sì! con te con te 
nella tomba scenderò! 
Ah sì! con te con te 
nella tomba scenderò, 
scenderò, scenderò, scenderò!

giovedì, settembre 25th, 2008

POSTED TO: Parasonnia


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. Ad Memoriam Vocem.
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POSTED TO: Ninfa

O mio babbino caro,
mi piace è bello, bello;
vo’andare in Porta Rossa
a comperar l’anello!
Sì, sì, ci voglio andare!
e se l’amassi indarno,
andrei sul Ponte Vecchio,
ma per buttarmi in Arno!
Mi struggo e mi tormento!
O Dio, vorrei morir!
Babbo, pietà, pietà!
Babbo, pietà, pietà!

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POSTED TO: Parasonnia

Via, via, vieni via di qui,
niente più ti lega a questi luoghi,
neanche questi fiori azzurri…
via, via, neache questo tempo grigio
pieno di musiche e di uomini che ti son piaciuti,
[ Refrain : It’s wonderful, it’s wonderful, it’s wonderful good luck my babe,
it’s wonderful,it’s wonderful, it’s wonderful, I dream of you…
chips, chips, da-du-du-du-du ]
Via, via, vieni via con me
entra in questo anore buio,
non perderti per niente al mondo…
via, via, non perderti per niente al mondo
Lo spettacolo d’ arte varia di uno innamorato di te,
[Refrain … ]
Via, via, vieni via con me,
entra in questo amore buio pieno di uominivia,
via, via, entra e fatti un bagno caldo
c’è un accappatoio azzurro, fuori piove un mondo freddo,
[Refrain … ]

A letter to Ninfa. D’un 25. à Verdi

giovedì, settembre 25th, 2008

mio Tovatore bissessuale,

strettamente avvinghiata al mio svenimento, giace spasmico l’addome che singhiozza.
Da quanto non tornasti, la malinconia s’imprese del sangue, infetto’ i ricordi di quell’unica memoria che non riuscivo a ricordare.

Dimenticarmi di te?!… semplicemente, impossibile: Sarebbe valso il suicido, l’annichilimento in una vita senza desiderio, senza la sensazione che pervade, spappola gramo dopo gramo ogni attomo della carne, che sovracarica, si volutta’.

Da quanto non senti’ quella voce che poi smorzata in un silenzio riempi’ di timpani ansimante sconforfo, il mondo si dipinse di malinconia, più nulla potevan più sfiorar i polpastrelli, le mie ossa giacevano a solo sostenere il derma pallido che mi fungeva da maschera. Il mio sembiante clorotico di te manifesta il desiderio, lo svuotamento di me, in una santa attesa di annichilirmi tra le tue braccia, trasfuso nei tuoi occhi i miei, morse le mie labbra con le tue, a finalmente porgerci al mangiare, nell’eucarestia dell’Altro.
Io a masticare il tuo masticare, tu il mio.

Ora mi lamento, tu non ci sei. Qui il mio coccodrillo mi gironzola attorno, masticando i suoi figlioli tra pianti proverbiali e lamenti e monologhi che ha imparato a memoria dalla Medea di Eschilo.
Una messa in scena del dolore si perpetua. E prostrandomi ai piedi dell’altare sul quale saltuariamente m’appisolo, prego quell’immagine che mi si stampiglia nell’incavo del cranio. La chiamo, ripeto quel nome che non so, quel nome che viso non basta a somigliare, ne desidero mille volte ancor poterlo desiderare. E desiderando l’immagino, e le immagini si scolorano l’una nell’altra, seguendo il caleidoscopico rinfrangersi del desiderio nell’immaginazione d’una mente amante.
Ossessionata passione, s’accende per il mancar d’un oggetto che basti alle mie voglie.
Tu non sei tu, l’amore non ha volto che lo copra.
E già lo scoramento d’una rovinosa melonconia d’infinito ripone il mondo tra le cose che non-sono.
Solo tu, nome che il nome non potendoti dire t’afferma, sei.
Solo quell’inorganico giaciglio prenatale o postmortuario ha luogo. Il resto è teatral finzione, non sei tu, ed io non gli appartengo, perchè a te, a te solo, mio Trovatore bissessuale, i’ son devota.
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Il trovatore – Tacea la notte

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Verdi_ Il Trovatore, Atto I, 1

LEONORA
Ascolta.
Tacea la notte placida
e bella in ciel sereno
La luna il viso argenteo
Mostrava lieto e pieno…
Quando suonar per l’aere,
Infino allor sì muto,
Dolci s’udiro e flebili
Gli accordi d’un liuto,
E versi melanconici
Un Trovator cantò.
Versi di prece ed umile
Qual d’uom che prega Iddio
In quella ripeteasi
Un nome… il nome mio!…
Corsi al veron sollecita…
Egli era! egli era desso!…
Gioia provai che agli angeli
Solo è provar concesso!…
Al core, al guardo estatico
La terra un ciel sembrò
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Ines 
Quanto narrasti di turbamento 
M’ha piena l’alma!… Io temo…

Leonora 
Invano!

Ines 
Dubbio, ma triste presentimento 
In me risveglia quest’uomo arcano! 

Tenta obliarlo…

Leonora 
Che dici!… oh basti!…

Ines 
Cedi al consiglio dell’amistà… 
Cedi…

Leonora 
Obliarlo! Ah, tu parlasti 
Detto, che intendere l’alma non sa. 
Di tale amor che dirsi 
Mal può dalla parola, 
D’amor che intendo io sola, 
Il cor s’inebriò! Il mio destino compiersi 
Non può che a lui dappresso… 
S’io non vivrò per esso, 
Per esso io morirò!

Ines 
(Non debba mai pentirsi 
Chi tanto un giomo amò!
)

“Les Larmes d’Eros”

mercoledì, settembre 24th, 2008

Quant à l’orgasme, il est effraction, sortie hors de soi, et en tout cas, abandon d’identité. L’orgasme provoque aussi un effondrement du moi. Dans l’épuisement, le corps s’abandonne au flux des courants qui le traversent, il régresse au mode végétatif, c’est ce que le langage populaire appèle « la petite mort »
G. Bataille_ L’Erotisme

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Petite Mort – Coreography by Jiri Kylian Nederlands Dance Theatre 1996

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