Archive for ottobre, 2008

Fragment d’un rien

venerdì, ottobre 31st, 2008

Il fluttuare è sensazione che immediata s’imprende, e delle cose l’oscillatoria danza entropica sfila di fronte all’attenzione di un occhio affiso sul proprio osservare. Vedo a mala pena l’ombregiattura della pupilla che si riflette nel diradarsi d’un fruscio di luce, come fa la polvere quando si mostra di traverso.

Attorno è la centrata spirale d’un baricentro in angolare rotazione rispetto ad un asse. Fosse un caseggiato somiglierebbe ad una guglia senza fondamenta ne campanile. Un pennacchio bidirezionale, spronfondando da un lato e dall’altro.
L’irrigidimento d’un punto.
Perno stabile al di là della rappresetabilità del segmento, infinibile posizionamento è la sua statica giacenza a generar movimento. Non sa neppure se esiste, lui oscilla, senza nulla ipotizzare sul tempo, forse perchè inerte circumnavigarsi dell’eterno? Quasi prototipo d’una mente vuota, piena solo del suo scaldarsi?

Miracolo è il desiderare, la visione prismatica del modularsi della materia attraverso le coperture che ne rivestono la sua invisibilità.
Il perno non giace su nient’altro che il proprio roteare, miscellanea vibrazione da sé in sé. Vibrazione che si diparte in radiante sensazione che gonfia il corpo del proprio potersi percepire. Dell’aversi corpo.

at the still point of the turning world. Neither flesh nor fleshless;
Neither from nor towards; at the still point, there the dance is

Vivant Denon – ”Senza Domani”, ed. Adelphi, Milano, 1989

lunedì, ottobre 27th, 2008

«Amavo perdutamente la Contessa di…; avevo vent’anni, ed ero ingenuo; lei mi ingannò, io mi arrabbiai, lei mi lasciò. Ero ingenuo, la rimpiansi; avevo vent’anni, mi perdonò: e poiché avevo vent’anni, poiché ero ingenuo, ancora ingannato, ma non più lasciato, mi credevo l’amante più amato, e quindi il più felice degli uomini»

Soppesando la distanza che c’unisce

sabato, ottobre 25th, 2008

Ondular di capelli sulle spalle che mi precedono e che rabdomantico seguo.
Snuvolar d’odore in fragranze di capigliatura femminea, tutto l’ondeggiar, il reclinar di qua in là, è sinuoso specularsi androgino. Tutta una sapienza femminile si cela nel disparire, nel nascondersi, velarsi, svelarsi. Una sapienza femminile soprassiede alla conoscenza evanescente d’una mente persecuta dalla voce del pensare, quel cantarlunatico soavemente a guidare verso orme sparse e perse e pregresse d’altri passi. Sempre più roteante nel dedalo, sprofondando nell’angoscia di arrivare a Lei, a poterla sgozzare, manco fosse un Minotauro in culotte.
E nell’andare, tra uno svoltare a destra e un ”e se fosse a sinistra?”, a domandarti: La staro’ seguendo? O sono preda d’una sua ombra che seguo in vece sua?
Non mi staro’ allontanando dall’ortogonale via, per inoltrarmi in un iniziatico viaggio verso l’Imbecillità Divina?
E questi ostacoli che si frappongono tra me e te, questa vita che ci distanzia, questo non poterci toccare, non essere un sol qualcosa fusionato da un me e un te, a che valgono? Sono simlacri del desiderio? Immagini con le quali sostituisco, fotogramma dopo fotogramma, coscienza dopo coscienza, il tuo-non-poterti-essere-me?
Il desiderio si ‘riconforterebbe’ con una sfilza di eidola partorita da una coscienza prismatica, che ascondendo il tuo non-poterti-vedere, mi permettono di desiderarlo, ergo immaginarlo?? E duque che il desiderio di qualcosa che non-è-già-mai-stato, incolmabile, si verserebbe nelle nostre carni come infociarsi di fiumi su un oceno?? Sempre riempirsi e mai bastarsi a colmarsi.
Seguendo l’oscillatorio bagliore della tua aureolata silhouette.

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A letter to Ninfa. Ottobre. Battleground

venerdì, ottobre 24th, 2008

Tempo d’assenza e la paura d’un addio attanagliava d’angosciosa anima un corpo tremolante. E stavi alla finestra delle tue due pupille sferiche di abissali sguardi, a rimmemorare la canzone che ti cantava la nenia del tuo attendere. Era il mare-per-te a dondolarti di sospensoria astratezza, vagolar di memorie desiderate, di speranze ammorbanti. Il tuo Altro, Ninfa, stava via da qualche parte e risentivi l’eco d’una voce che ti rispondevi, malinonicamente spaparanzata nel tuo disastro interiore.
E quel tempo che fu in cui casti amori si consumavano di penetrazione organica, tu in me e me in te a formare l’ammasso d’un corpo altro, nella carnale estasi d’un abbraccio, rimmemoravi; che rinserrati si rimescolavano i brividi di carezze che non si sapevano se date o ricevute, io t’accarezzavo le mie labbra con dita tue.
Ricordando non fingevi altro che aspettare quel momento in cui cio’ che fu, che dovette essere, qualcosa che ora nella malinconia dell’addio non è, quel qualcosa che abbozzavi testardamente a chiamare Amore, ritornerà.

Lacrime sciamaniche diversavi dalle guancie grattuggiate dalle unghie della tua mano nevrotica, che cerca appiglio laddove tocca, che straccia e strappa cio’ che tocca perchè cio che tocca non è Orfeo, ma cio’ che tocca sembrerebbe essere solo una proiettiva apparenza fantasmatica del reale partorita dall’incunambolo del dolore.

Ma ora questi miei segni, forse iconforteranno comme ad una vecchia moglie che langue l’attesa d’un povero idiota mandato al macero in una qulche guerra. Forse il sapermi non ancora liquidato dal mondo, ancora sofferente e dannato nella terra di nessuno, forse questo ti rincuorerà.
Sapermi ancora in mezzo alle munizioni e le cariche di guerriglia, alla perigliosa vita che dorme sempre d’occhi aperti, in attesa di quella scheggia di morte che verrà a portarci via la coscienza della vita.
Sorriderai di fronte al vecchio focolare nel quale osservi i negativi delle memorie tratte dallo squadernarsi della coscienza, quando vedrai queste mie lettere di soffocazione. Sorriderai e butterai subito via alle fiamme quel pensiero che stringevi tra le mani e ne coglierai un altro ancora, per poter continuare a sorridere, per poter continuare a sapermi vivo, per cosi’ vivere nell’asmatica speranza di un giorno riavere un ‘qui’, un ‘fra-le-tue-braccia’, di riaverci immersi l’un l’altro nell’uno, a non saperci innamorati.

Euridice.

venerdì, ottobre 3rd, 2008

 

 

Morirò di paura 
e venire là in fondo, 
maledetto padrone 
del tempo che fugge, 
del buio e del freddo: 
ma lei aveva vent’anni 
e faceva l’amore, 
e nei campi di maggio, 
da quando è partita, 
non cresce più un fiore … 
E canterò, 
stasera canterò, 
tutte le mie canzoni canterò, 
con il cuore in gola canterò: 
e canterò la storia delle sue mani 
che erano passeri di mare, 
e gli occhi come incanti d’onde 
scivolanti ai bordi delle sere; 
e canterò le madri che 
accompagnano i figli 
verso i loro sogni, 
per non vederli più, la sera, 
sulle vele nere dei ritorni; 
e canterò finché avrò fiato, 
finché avrò voce di dolcezza e rabbia 
gli uomini, segni dimenticati, 
gli uomini, lacrime nella pioggia, 
aggrappati alla vita che se ne va 
con tutto il furore dell’ultimo bacio 
nell’ultimo giorno dell’ultimo amore; 
e canterò finché tu piangerai, 
e canterò finché tu perderai, 
e canterò finché tu scoppierai 
e me la ridarai indietro. 

Ma non avrò più la forza 
di portarla là fuori, 
perché lei adesso è morta 
e là fuori ci sono la luce e i colori: 
dopo aver vinto il cielo 
e battuto l’inferno, 
basterà che mi volti 
e la lascio nella notte, 
la lascio all’inverno… 

e mi volterò 
le carezze di ieri 
mi volterò 
non saranno mai più quelle 
mi volterò 
e nel mondo, su, là fuori 
mi volterò 
s’intravedono le stelle 

mi volterò perché l’ho visto il gelo 
che le ha preso la vita, 
e io, io adesso, nessun altro, 
dico che è finita; 
e ragazze sognanti m’aspettano 
a danzarmi il cuore, 
perché tutto quello che si piange 
non é amore. 
e mi volterò perché tu sfiorirai, 
mi volterò perché tu sparirai, 
mi volterò perché già non ci sei 
e ti addormenterai per sempre. 

(Roberto Vecchioni).

E’ per te.