Ancora un sogno di specchio. Ogni volta che la vita grama sembra liberarsi delle pastoie di epidermide, e la sensazione d’essere in vita, di somigliare a quel volto d’ombra che sarà identico al tuo che mai non vedo, mi prende a ringironzolarmi di voltastomaco. Ubico barcollare ebbro della materia pantaforme attorno, l’emicrania che intanto stritola due tempie che traballano come un colonnato sotto le bizze d’un terremoto. Il pulsare smodato d’un cuore amoroso, spasma la ritmata sequela di sistole e diastole, di un respiratorio irrorarsi di sangue, e se il petto rimbomba fin nell’attaccattura della cervicale è la normale percezione di un corpo le cui molecole han preso coscienza del loro movimento.
Ed è qui che m’appare il tuo non esserci, e qui che m’appare quell’altra faccia ascosa, quella che m’assomiglia solo perchè insaputa, quella che nulla basta a coprire, quella che copertura svela.
E quel limite d’ogni tua veste a farti apparire, sempre imprendibile, sfuggente, d’allucinante precipitazione, rapida intuizione.
Lo strascico sfila giusto l’istante di sparire. Scivola su un biancastro tappeto di sgranata sabbiolina sottile, e in tramati solchi rimane la sottotraccia del tuo divincolarti. Al che sfuggirmi o inseguirti non è differenza alcuna, o tu corri lontana da me, pudiponda vergine che non vuole sacrificare il proprio corpo al punzecchiante desiderio di violentatore, o io inseguo assueffato una preda che sguscia or qui or là, parendo e sparendo, tra il volteggiare del fitto d’una boscaglia impervia ardua e dura.
E cosi’ ancora col fiatone ora poggio un attimo sulla mia malinconia, smetto la corsa, il gomito sostiene il gravame del pensiero e occhi fissi rimangono a inabissarsi nell’acuta visione d’una ordalia.
Ora due non stanno più eroticamente sfuggendosi e raggiungendosi e appena toccandosi lasciarsi, ma in presa plasticheiforme si attanagliano l’un l’altro in una erotomachia di stile greco-romano. Le loro pelli sono d’olio riccamente sparse per meglio scivolare l’un nell’altro. La fine sarà che uno suicidi, eiaculando infine il proprio desiderio, terminando la sequenza allucinatoria che ha dato vita a questa parentesi melanconica.
Ora ritorno l’erotomania per quella che Tu io ti chiamo.
E non appena s’azzarda il pensiero a ripensarti, ecco che l’inabissarsi riprende.
E tornano le cerimoniose smorfie che mi contemplo d’avanti ad uno specchio che fingo uguale al Tuo viso.