Archive for marzo, 2009

mercoledì, marzo 25th, 2009

Tu, ti chiamo, e non so neppure a cosa si riferisca questo ‘TU’, a quale volto appartiene. A quel qualcosa, a cio’ che è cosi’, a quel non so che che fa la vita più viva, come raddopiata dalla sensazione che le sensazioni del corpo non sono soltando ricevute dall’esterno, ma anche ridonate dall’interno.
Una catena emozionale che gonfia il petto e implode il cuore in un’attesa estenuante che gonfia il corpo d’un desiderio che non si colma ma che al contrario si alimenta dell’attesa.
Cosi’ Tu, il cui nome non so, rimani come quell’attesa infestante che mi fa desiderare il tuo anonimto, la tua immacolata, innomata presenza.

Cosa senza volto tu sei regina delle maschere. E ora che ci penso chi m’assicura che Tu sia di femminil sembiante?
Cosi’ dedico ittifallici valletti, cosicome ninfette ai tuoi altari, ed ogni altare ha un nome di te, uno di tutti quelli che pur detti non bastano a nominarti.
Sei come l’Olimpo intero racchiuso in un segreto, come un Dio onnipotente impotente al logos, qualcosa di sottile come il soffio che m’attraversa la cervicale.

E’ Primavera. E contemplo la moleplicità che da te s’emana

mercoledì, marzo 25th, 2009

Ora mazzi di fiori spuntano da dovuque, potro’ estirparli al suolo, sentirne il loro soffio già cadente, il profumo del lamentarsi per una vita strappata al suolo, alla linfa che cloroformica vibra, per poterla inviare a te. Che questi fiori ripudierai: tu non vuoi essere amata, Tu, devi per forza essere presente in Tutto, non chiedi devozionale passione, non chiedi un altare in cui si sprema la passione per te, non vuoi fiotti spermatici ad inumidirti le labbra, ma che il mio seme sia deposto in ogni luogo, perchè ogni luogo vuoi essere Tu.
Non ti basta la nicchia dei miei pensieri, vuoi essere la linfa stessa che circola sostanziale nella sostanza stessa dell’intero creato.
Non divinità agricola erotica avinazzata gravida, ma monopolio assoluto del Sacro, un solo volto che non si da ad immagine vedere, ma che si cela come forza in movimento, come soffio che pantaforme scorre senza che neppure un’icona possa bastare a delimitare i tuoi contorni.
Volto senza faccia, stai solo ad osservar quel che il tuo ventre non smette di germogliare, e non sei data a vedere che nel prismatico scindersi della molteplicità dell’esistente.
Ogni immagine, ogni cosa vista, ogni amore, ogni cosa amata, è un immagine incorniciata della passione che c’ha abitato in te.
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Nel ventre tuo si racccese l’amore
per lo cui caldo ne l’etterna pace
cosi’ è germinato questo fiore

Dante, Pr. XXXIII, 7-9

La Natura Naturans. à Beethoven

mercoledì, marzo 25th, 2009

Risorge primavera ad ogni saliva che si sparge al suolo e feconda un seme al suolo gettato a germogliare d’un nuovo pianto di profumo e di colore, e ad orde gli insetti assettati s’abbeverano di polline inibendo il loro volo, è una musica quello sfrigolio d’ali all’aria.
Si divarica la terra, si fa spazio strisciando verso l’eliotropico richiamo il pistillo che comincerà a brillare di nuova vita, come una terra che avrà ritrovato lo spazio per la santità, per quella vita ritornante che ad ogni stagione non cessa, ma ricicla nella successiva.
Ed è Persefone che dagli inferi dintorni notturni del sottosuolo risorge, ricomparsa a quella terra dalla quale per sei mesi restava rapita, da quel gelido fervido innamorato che a sua madre, la Terra Demetra, l’aveva prelevata.
Cosi’ ad ogni primavera, cosi’ ad ogni rinascere, è sempre una giecenza infossata nella virtualità dell’essere, che poi si manifesta come attualizzazione, come presenza a sé, che ritorna.
Cosi’ è del momento della coscienza che si rivela a se stessa, come il ritorno di qualcosa che pur sempre presente, restava celata alla vista, pura latenza da risvegliare incagliata nel sottofondo dell’inconscienza.
Cosi’ è primavera quando risorge il corpo al corpo, la vita si risente fluente contaggio amoroso, e la passione d’accarezzare, di stringere e il lasciarsi stringere da quel necessario tepore d’un sole che si risolleva a durare più delle notti.
E’ primavera, l’equinoziale editto richiama il sole a percorrere il suo corso prendendo più spazio del buio, a celare per più tempo quel pallido glaciale oscillar da plenilunio a vuoto oscuro del cielo.

E’ primavera, e i campi son ebbri della seva che fibrilla e degli animali che dal letargo si risvegliano per fornicare, mangiare, procreare, perpetrare quell’entusiasmo inesaudibile della Natura Naturante.
I ghiacciai si sciolgono, le acque scrosciano, s’infiltrano nel suolo, la terra si rimescola mobile, fangosa, plasmica. Tutto scorre come vita.

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Beethoven, Sinfonia n. 6 in Fa maggiore, Op. 68

1. Allegro ma non troppo
(Erwachen heiterer Empfindungen bei der Ankunft auf dem Lande: Risveglio di impressioni piacevoli arrivando alla campagna)

2. Andante molto moto
(Szene am Bach : Scena al ruscello)

3. Allegro
(Lustiges Zusammensein der Landleute : Gioiosa assemblea di paesani)

4. Allegro
(Gewitter – Sturm : Tuono – Tempesta)

5. Allegretto
(Hirtengesang. Frohe und dankbare Gefühle nach dem Sturm : Canto pastorale. Sentimenti di gioia e riconoscenza dopo la tempesta)

Sono nata il ventuno a primavera.

sabato, marzo 21st, 2009

La mia primavera.Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.

(A.M.)

Buon compleanno.

“Il volume del canto mi innamora”.

Hg _ Mercure le Facteur

giovedì, marzo 12th, 2009

Il postino sbava fatica con la lingua penzoloni che m’imbratta la scrivania, e io non cesso di scrivere, scrivere, qusest’epistolario che invio a Te.
E scrivo la penna grata la carta, vi sarà incisa la mia carne, per te, ci metto dentro tutto il mio cuore, portafogli incluso. Ma ogni volta il postino torna mani vuote.
E lo interrogo se allora ti ha vista? Se da dietro un bianco bouquet di fiori un tuo accenno abbia fatto si’ si’ con la testa? O se chiusa dietro muraglioni invalicabili rinserravi il tuo silenzio? E lui niente, niente, ogni volta niente, dice di non ricordare, niente, di avere più o meno l’impressione d’essersi avvicinato alle tue porte, ma che poi se qualcuno apparve non saprebbe dirlo! E come potrebbe! come potrebbe! ricordare quella che non s’é vista, ma nella quale dimescolato era il nostro vedere. Non c’è memoria dell’estasi, e questo povero postino, sfiancato dalle sue estasi, mi sa tanto che dovro’ cambiarlo con qualcos’altro….
una colomba?, no… farebbe troppo spirintosanto, uhm?… e se ci mettessi una serpe? sempre troppo biblico? e se allora fosse un enzimatica reazione a condurre le nostre lettere? Se l’epistolario passasse da protocellula a protocellula come un linguaggio della carne? della chimica? finirebbe che l’estasi si trasforma in una bomba atomica… in questo caso troppo evangelico, apocatilitico, ‘le cose ultime’, la fine dei tempi! e col Tempo che gli sopravvive per miracolo?… o magari lo schermo d’un personal computer ad eccessiva definizione? passo alle mail? no?…

non so ancora come sostituiro’ il mio postino… te lo diro’, e la sorpresa sarà più grande ancora perchè già saprai la risposta prima di leggere la mia lettera, vedendola arrivare.
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.Stèle de Mercure au grand caducée (Musée Carnavalet, Paris).

A letter to. Da un pensatore per esperienza

lunedì, marzo 9th, 2009

Pensare il pensiero, è un cerchio che s’arrottola. E se il pensiero è il tuo volto non smettere di specchiarmici in esso.

E le tue braccia non stanno mai ferme, muovi le labbra sillabando ogni singola fibra nervosa dei musculi labbrali, giusto l’attimo che dura il tempo di poter essere e fuggito già via, cadenza la tua ripetitiva variazione d’ogni ripetizione, cosi’ io.

Faccia a faccia con una reiterata successione di sfilate di maschera: un qualcosa offuscamente appare, poi si disegna una cornice, una persona v’è dipinta, c’è anche qualcuno che la guarda, poi all’éclat del suo splendore, definitivamente decade.
Lo scambio reiterato di una successione di connessioni e disconnessioni, di umor bianco e umor nero, tra un occhio che placido abbaglia le sue pupille, e uno spettacoletto che gli dipinge il vedere.
Quello scambio è il desiderio irrefrenabile a che desiderio si generi, a che Tu neonatamente risorga ogni risorgenza.

E quando torni è sempre lo spettacolo del trionfo che s’inscena: una volta saranno per una notte orientale delle odalische che battono ciglia alla velocità dell’ultrasuono delle loro cavigliere, un’altra sarà al solo fine di pervertire la ragione e accompagnata saresti da solo un velo trasparente ad allontanarti che viene laboriosamente cesellato da delatori e prostitute in trance.
Ma è sempre lo stesso abbagli che mi sorprende e mi prende in sopprasalto. Ogni volta sarà quella certa lucentezza che contorna l’iride a darsi a vedere, un focherello che sollazza il nervo ottico a cercar di mettere in immagine cio’ che non si vede. Le tue floriluscenti danze son mossa per mossa la vertigine d’un labirinto, passo dopo passo a dietro un filo, che poi alla fine somiglieranno pur persino a quella che chiamarti Arianna si suole, a dirti nome di quella sapienza che trapassa tra le tempie di un pensatore per esperienza.
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nientepopodimeno che: IL SIBILO D’UNA PERNACCHIA

domenica, marzo 8th, 2009

poi ci perdemmo, la vista si disperse nell’iridescenza del circostante, il tuo volto smantellato dall’inframmezzarsi delle eventualità: non vedere altro che quel che i propri occhi prevedono, ma non quella cecità che in te si contempla.
Ci sarà pur dovuto essere un biancore senza intermittenza, pura evanescenza che ribolliva di desiderio, prima che poi esistesse un mondo da inscenare in vita.
Da questo troppo biancore, da un troppo non vedere, s’è poi pur dovuto stracciar qualcosa, d’un’imaggine appena un accenno, che si desse a vedere: e poi per perpetrare il sacrificio libidico dell’Universo, da un’immagine un’altra e poi e ancora, cosi’ da inscenare nella mandorla della mente: Tutto-cio’-che-Diviene.

Ma è per questo che ti piango, per: di quel senso di calore che abbrusa intra l’amla (per dirla come quella volta), che quando ci sei non mi fa essere.
Come se, proprio come se, quando due immaginarie sessualità opposte, bianco e nero, uomo e donna danno vita a un’androginia pantasessuale, che gode nel desiderio, che s’eiacula nella propria vagina.

Questo desiderio ammorbante mi tiene desto e costringe ad una vita di straordinari sulla vita: il tempo non batte più nelle quarantottoore, ma si basa sulla catastrofia delle eclissi: il gesto non si limita più a compiere un’azione interessata all’usufrutto, ma pretende essere la ripetizione dell’esplosione d’una nebulosa, che so io, o la reiterata sequenza dell’espandersi e dilatarsi tra freddo e calore: un gesto atteggiato a ripetizione dell’Eterno.
E’ chiaro che il maldischiena per essersi incaricati di ingobbirsi a tali funzioni, chieda un attimo di sospensione: esser a quando nessun gesto è più, estatica evanescenza, simil morte per un corpo che s’invola nelle proprie fibbre dell’anima solletticata dal brivido.

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Ma ancora vagolo vicolo dietro all’altro, a scorrazzare tra le mie mestizie, e mi sollazzo in un erotomania ingorda; il corpo casto, unico, a te destinato, ora sembra essere destinato a spappolarsi in una miriade di erotici scambi col Tutto della mia carne che sembra entrare in collisione con se stessa.
Un accenno d’un pur qualcosa scatena la reazione del mio corpo che sente sentire la sensazione, esattamente della stessa maniera che: uno non prova che le sensazioni trasmessagli da una marionetta che gli volteggia di fronte.

Ora forse si potrebbe capire lo Stato del mio cuore, l’amministrazione della mia ‘zona interiore’ è affidata a gruppi di intagliatori di logos, che levigano quel giusto per far delle parole il sibilo che perscepisci appena nel sottofondo d’una pernacchia.
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Danza dell’Innominato

domenica, marzo 8th, 2009

Come quella volta, questa cosi’ sbatti le mani ritmando il battito delle mie ansie, respiro sotto il ticchettio dei tuoi tacchi a tip tap, e mi riviene dal pensare il pensare.
Vorticalmente le cavigliere cigolano antichi sirtri che filtrano nelle intercapedini cocliche, tamburi sostengono il battere a terra delle tue flesse calcagna.
Pieghi e ripiegansi le vesti del tuo abbaglio, sinusoidale la tua maja strega il cerveletto, l’ipotalamo schizoide secerne la pulsazione del cuore, s’irrora di sangue la carne, di carne il logos.
Tutto ribolle nota dopo un’altra a rimescolar calore e a rialimentar di sempre nuova fiamma.

Spostando poi di poco il monocolo dal quale spio la scena dei miei atti, vedo dibatterti circondata da una muscolosa fiumana di nerbore canute, dagli occhi e cigli ancor più neri che immaginar potrei, tentando di succhiare il latte dalle gengive d’un neonato: stregoneria, la tua danza era pura sensualità diabolesca, cose e fatti e tutto cio’ che t’attorniava stava giusto li’ il tempo di darti sotto la fattispecie di fatucchiera danzereccia, dalle cui cadenze e sequenze nascesse quel surplus al Mercato dei propri Atomi, quel senso di vita che non sa di umano, quel ronzio infracranico che spira, quel qualcosa che ogni ‘quel’ eccede al dire.