Archive for aprile, 2009

Anna.

domenica, aprile 19th, 2009

E’ appena giunta Anna, mi sussurra un soffio nelle orecchie, tiepido accarezza il lobo e s’insinua a precorrere l’incavo auricolare, girovoltando inudibile nella coclea, fin da infilarsi teso e acuto nel baricentro dell’ipotalamo. Poi si muove appena, due labbra, dicendo: ‘E’ qui’, e poi un intirizzirsi e farsi di silenzio, e lei poggiando bagascia il piede appena a terra, scopre il biancore di due denti che tentano un sorriso per nascondere la voglia di sbranarmi, li’, sedutastante, prendendosi corpo tra le braccia, figgere le sue pupille contro le mie a dar vita ad un solo accecamento, di modo che dal nostro congiunto vedere, si formerebbe un punto, un immagine meno, in cui la tua Assenza senza nome, sarebbe il corpo dell’apparire, amorfo eseprire…  e stronzo sperare il mio, perchè invece Anna se ne sta a grattarsi il capo e si è già cambiata d’abito almeno tre o quattro volte, spogliandosi e incipriandosi di fronte ad una finestra aperta e fissando il proprio riflesso nello stupore e il desiderio degli spettatori che da basso slinguazzando animosamente soffrono desiderio.
Di scatto, inciampando in una ciabatta che avevo dimenticato di abitare, chiudo le persiane, la luce si fa buio, e solo il bulbico biancore oculare di Anna resta acceso, con dentro alla pupilla una fiamma che sento bruciare nel mio proprio nervo ottico…
Incandescenti pupille intente a fissare quel qualcosa che non d’immagine è darsi, ma è l’adamantino ergersi d’un surriscaldamento dell’essere, dell’essere corpo e anima in subbuglio, su un altare in ginocchio a pregando far sgorgare le fiamme che combustionano l’esistenza al ritmo d’un olocausto di olezzi e midollo. Una missa solemnis stonata a straccia gola, tanto straccia gola che alla fine la testa sarà mozzata a forza di voce, per invocare e benedire e riconnettermi e stare sotto l’ombra della tua Assenza, della tua Iper-Presenza… di quel tuo qualcosa che come nominarlo se non col vuoto d’un punto di domanda senza soluzione?

E vedo ora che Anna sbadiglia sbadiglia ha riacceso una candela e si sta specchianco di fronte ad uno specchio invero un po’ barocco, e la faccia sembra un’altra… quasi una vecchia racchittica che si consuma, andando verso la fine… la sua leggerezza, leggiadra, giovinezza, che certo non è magicamente svanita, è stata pero’ in qualche modo, intaccata… un altro sguardo, sotto un’altra luce rischiarata, quel suo volto splendente, di benefica apparizione, si tinge d’un rosa che tende a svanire, come un lentissimo degradare al grigio.
E cosi’ resto fiso, immobile, di fronte ad una visione che tarda a svaporare.

Gioie e affanni e infin t’attendo

lunedì, aprile 13th, 2009

Bislacco cefalo, sobbalza rispondendo ritmico alle sollecitazioni dei movimenti delle stelle fisse, che di moto circolare intercedono per noi il destino, disegnando sulla volta del cielo la faccia incipriata di dio.
Costellazioni e precessioni smussano le sembianze di questo dio che se un essenza deve possedere è della stessa natura di quella che potrebbe avere uno spazio al di là d’ogni spazio, al vuoto che accoglie o genera l’hubbleiano accellerare dell’Universo.
E’ lo stesso volto che mi disegnano le ierofantiche servette che Tu m’invii per tenire in me desto il desiderio, per tenere in me viva la passione per una vita abitata dalla Tua Assenza.
E giungono giorno dopo giorno, mese dopo mese, istante dopo istante colme di odori e di profumati frutti caldi ancora, appena sradicati dal loro ramo, ancora pregni del calore che gli ha maturati, che li ha fatti crescere dalla forma di gemma, a quella di fiore, fino a questi frutti di cui mi ingozzo. Morso dopo morso, come mi mordessi la lingua, biascico e quasi soffoco per il peso del mio respiro, che m’ingonfia in petto, mozzando la cadenzata reiterazione del respiro per far spazio all’apnea del percepere: il corpo tutto non è che un soffio immane. Inane la possibilità della ragione di poter concepire tutto cio’ che in essa accade. Solo all’attenta contemplazione è dato scorgere qualcosa di questo sommovimento, solo la lingua tritturata che sanguina giù dalle labbra, puo’ tentare di testimoniar qualcosa, come le goccie di sangue da un braccio suicida possono ‘testimoniare’ la Morte.

. Poi fai in modo che dopo queste deliziosi vitalizi, che sembra proprio di manucare di quel ‘pane degli angeli’ caro al Poeta, si crei un varco di tempo, un momento di congelamento: più nessuna visita, niente frutti da sgranocculare, nessuna servetta gentile a chinar la testa ad offrirsi come tua progenie, frutto del tuo frutto, carne del tuo soffio… non rimane che la gelida solitudine che si abita di spiritati esseri dagli occhi di fosforo che fissano dalle pareti d’un gouffre quando si precipita, vertiginosamente verticali al cadere.
La stanza che ancora tintinnava dei sonagli alle caviglie delle tue svelte donzellette, ora rintocca il battito del cuore d’un tacchicardiaco. Le pareti che erano sembrate cosi’ lontane, tanto da sparire e lasciare al loro posto la sconfinata dimensione idilliaca d’un locus amoenus, si fanno prossime, tutto risuona d’una insolente materialità, tutto è fisso nella dura dimesione della vanitas, ogni cosa non è che cadere, ogni cosa non è che deperire, vano è il tutto, il fiore che diventando frutto sarà poi putrefazione al suolo o merdaio nelle interiore d’un essere digerente.

… e cosi’, t’attendo… attendo ancora che qualcosa risvegli in gioiosa estatica conteplazione… che mi sbarazzi dal lugubre rintoccare della noia ammorbante che circola endovenosa.

.
.
bronzino4

Bronzino, Allegoria di Venere, part.

.
.