Gioie e affanni e infin t’attendo

aprile 13th, 2009

Bislacco cefalo, sobbalza rispondendo ritmico alle sollecitazioni dei movimenti delle stelle fisse, che di moto circolare intercedono per noi il destino, disegnando sulla volta del cielo la faccia incipriata di dio.
Costellazioni e precessioni smussano le sembianze di questo dio che se un essenza deve possedere è della stessa natura di quella che potrebbe avere uno spazio al di là d’ogni spazio, al vuoto che accoglie o genera l’hubbleiano accellerare dell’Universo.
E’ lo stesso volto che mi disegnano le ierofantiche servette che Tu m’invii per tenire in me desto il desiderio, per tenere in me viva la passione per una vita abitata dalla Tua Assenza.
E giungono giorno dopo giorno, mese dopo mese, istante dopo istante colme di odori e di profumati frutti caldi ancora, appena sradicati dal loro ramo, ancora pregni del calore che gli ha maturati, che li ha fatti crescere dalla forma di gemma, a quella di fiore, fino a questi frutti di cui mi ingozzo. Morso dopo morso, come mi mordessi la lingua, biascico e quasi soffoco per il peso del mio respiro, che m’ingonfia in petto, mozzando la cadenzata reiterazione del respiro per far spazio all’apnea del percepere: il corpo tutto non è che un soffio immane. Inane la possibilità della ragione di poter concepire tutto cio’ che in essa accade. Solo all’attenta contemplazione è dato scorgere qualcosa di questo sommovimento, solo la lingua tritturata che sanguina giù dalle labbra, puo’ tentare di testimoniar qualcosa, come le goccie di sangue da un braccio suicida possono ‘testimoniare’ la Morte.

. Poi fai in modo che dopo queste deliziosi vitalizi, che sembra proprio di manucare di quel ‘pane degli angeli’ caro al Poeta, si crei un varco di tempo, un momento di congelamento: più nessuna visita, niente frutti da sgranocculare, nessuna servetta gentile a chinar la testa ad offrirsi come tua progenie, frutto del tuo frutto, carne del tuo soffio… non rimane che la gelida solitudine che si abita di spiritati esseri dagli occhi di fosforo che fissano dalle pareti d’un gouffre quando si precipita, vertiginosamente verticali al cadere.
La stanza che ancora tintinnava dei sonagli alle caviglie delle tue svelte donzellette, ora rintocca il battito del cuore d’un tacchicardiaco. Le pareti che erano sembrate cosi’ lontane, tanto da sparire e lasciare al loro posto la sconfinata dimensione idilliaca d’un locus amoenus, si fanno prossime, tutto risuona d’una insolente materialità, tutto è fisso nella dura dimesione della vanitas, ogni cosa non è che cadere, ogni cosa non è che deperire, vano è il tutto, il fiore che diventando frutto sarà poi putrefazione al suolo o merdaio nelle interiore d’un essere digerente.

… e cosi’, t’attendo… attendo ancora che qualcosa risvegli in gioiosa estatica conteplazione… che mi sbarazzi dal lugubre rintoccare della noia ammorbante che circola endovenosa.

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Bronzino, Allegoria di Venere, part.

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