lunedì, luglio 13th, 2009
E così cantavo. E cantavo. Guardavi a bocca aperta,scomponevi ogni movimento in tante parti e lo rivedevi a rallentatore. E io continuavo a cantare e giravo,girava la testa,in punta di piedi ogni mio nervo teso e le unghie rosse componevano disegni colorati nell’erba. Era fresca e l’odore pungente lo sentivi nei capelli. Non volevo altro che girare e cantare e girare e cantare finché non fossi svenuta. L’orlo candido del mio vestito macchiato di verde. La sigaretta moriva insieme al sole e la stringevi tra indice e medio quasi a spezzarla. Dentro ai tuoi occhi un vestito bianco che volteggiava e capelli in aria e muscoli che si contraevano e sorrisi e parole,canzoni . Poi la caduta e un dito correva dal collo al fianco. Abbiamo chiuso gli occhi. Il silenzio. Intorno solo alberi,erba,fiori ,cielo limpido,la tua cravatta,un accendino grigio sulla giacca,le mie scarpe bianche.
I nostri colori li impastavamo insieme .
Unico albume che rimescolava sé in sé. Come d’uno scriversi l’un nell’altro, portando avanti una stessa storia. Una storia fuor del tempo, nell’immediato dell’abbracciarsi unisono, lettera su lettera, soffio su soffio.
In quell’unico ammasso d’abbracciarsi, un calore subitamente ardeva, solare, come d’un qualcosa che vuole erutare, che vuol venir fuori, staccarsi un istante, per poter riprendere a girare, volteggiare, folleggiar danzando di fronte alla stupefazione dell’altro. Cantando, Cantando! Cantando!!
Da quell’unico abbraccio si staccarono quattro braccia inteciate due a due tra loro, che ora volteggiavano al ritmo d’una ‘campagnola per clavicembalo’, e attorno era un soffiar di caudi uccelli, acefali spifferi dagli antri, e l’estasi volteggiare.
Non si vedevano che i loro due occhi che penetravano gli uni negli altri, a fissare quel barlume di somiglianza tra loro. Quelle stesse scarpe bianche che sfilano dal calcagno dolcemente, le stesse asole chesi liberano dai bottoni per far spazio al derma su derma nel derma. Quello stesso accarezzare, che quando la mano scivola da dietro al collo fin alla pianta del piede, è un brivido che il palmo della mano non sa decidersi se è un accarezzarsi interno del proprio tatto, o la permeante esperienza dell’altro.
Attorno assiepata giaceva vouyeristica stava la coorte delle più somme emminenze del creato. Quell’estasi, quell’abbraccio era il più drastico, il più sibillino degli ultimi due millenni. Una cometa l’aveva annunciato, e cosi’ loro l’aevan seguita e ora se ne godevano il miracolo.
Al centro della scena sempre quell’abbracciarsi d’estasi ierogamica, e sugli spalti l’orda di semi déi guardoni a sgranocchiarsi pop-corn noccioline ambrosia al prezzo d’un sacrificio.
Ma noi stavamo al centro e nulla interessavan il mio cuor che nel petto sussultava emorragie sangugne di gioia, come quel tuo viso con appena quella tinta di rosa che imperla le guancie… come d’una prima barba adolescinziale o la delicata sensazione d’une pesca al tatto.
Ma poi scivolo’ il piede su qualcosa, qualcuno, e l’incanto s’iterruppe drastico.
Tutta una scenografia di cabitoboli da inventarsi di sana pianta…
Interrotti nel bel mezzo d’una divagazione nella musica tra il suono dei miei occhi e i tuoi, attorno il piedistallo sul quale sedeva il sovrano dei capricci si sgranello’ completamente, togliendo cosi’ l’appoggio architettonico alla loggia che venne giù tutta tirandosi dietro grandi dame di fine secolo, moglie e figli incipriati dalla polere che si stava sollevando dapertutto, un crollare tutto.
Alla fine non restammo che ancora io tra le braccia di te, infarinati dalla polvere, e cosi’ prendemmo l’uscita, scavalcando le rovine, per cercare una fonte d’acqua con la quale poggiar rinfrescare.
Il cammino non fu presto, perché….