Archive for the 'Ninfa' Category

We destroy all. I pray you. We destroy. Only we save,us two. Togheter .

giovedì, ottobre 29th, 2009
We destroy all. I pray you. We destroy. Only we save,us two. Togheter .
[...]
Spaccarono la tua bellezza
e rimane uno scheletro d’amore
che però grida ancora vendetta
e soltanto tu riesci
ancora a piangere,
poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli
poi ti volti e non sai ancora dire
e taci meravigliata
e allora diventi grande come la terra
e innalzi il tuo canto d’amore.
Canto rubato al vecchio del portone
rubato al remo del rematore
alla ruota dell’ultimo carro
o pianto di ginestra
dove fioriva l’amatore immoto
dalle turbe angosciose di declino
io sono l’acqua che si genuflette
davanti alla montagna del tuo amore.06.18
[...]
Schierata su un altare
per essere mangiata da chissà chi [...]
[...]
Io “Euridice” mi nascondo tra i rami degli alberi
per non essere presa dalle sue braccia.
Lui ha percorso mari e monti per conquistarmi [...]
“Un giorno siamo partiti,
volevamo andare lontano
in un mare di spiaggia
e non abbiamo capito
che morire dentro la sabbia
non lascia radici.
Sulla tomba fioriscono i gigli
ma sulla tomba del nostro amore
non fiorirà neanche il frumento
noi non diventeremo mai pane
non abbiamo comunicato con tutti
e nessuno sa il nostro segreto
che siamo stati baciati dal fato
per poi lasciarci.”
“Torna amore
vela delicata e libera
che occupi il pensiero della mia terra
sto morendo sulla grandiosità di un fiume
che è rosso di desiderio
e vorrebbe travolgere il tuo amore.”
(A.M.)

lunedì, luglio 13th, 2009

E così cantavo. E cantavo. Guardavi a bocca aperta,scomponevi ogni movimento in tante parti e lo rivedevi a rallentatore. E io continuavo a cantare e giravo,girava la testa,in punta di piedi ogni mio nervo teso e le unghie rosse componevano disegni colorati nell’erba. Era fresca e l’odore pungente lo sentivi nei capelli. Non volevo altro che girare e cantare e girare e cantare finché non fossi svenuta. L’orlo candido del mio vestito macchiato di verde. La sigaretta moriva insieme al sole e la stringevi tra indice e medio quasi a spezzarla. Dentro ai tuoi occhi un vestito bianco che volteggiava e capelli in aria e muscoli che si contraevano e sorrisi e parole,canzoni . Poi la caduta e un dito correva dal collo al fianco. Abbiamo chiuso gli occhi. Il silenzio. Intorno solo alberi,erba,fiori ,cielo limpido,la tua cravatta,un accendino grigio sulla giacca,le mie scarpe bianche.

I nostri colori li impastavamo insieme .
Unico albume che rimescolava sé in sé. Come d’uno scriversi l’un nell’altro, portando avanti una stessa storia. Una storia fuor del tempo, nell’immediato dell’abbracciarsi unisono, lettera su lettera, soffio su soffio.

In quell’unico ammasso d’abbracciarsi, un calore subitamente ardeva, solare, come d’un qualcosa che vuole erutare, che vuol venir fuori, staccarsi un istante, per poter riprendere a girare, volteggiare, folleggiar danzando di fronte alla stupefazione dell’altro. Cantando, Cantando! Cantando!!

Da quell’unico abbraccio si staccarono quattro braccia inteciate due a due tra loro, che ora volteggiavano al ritmo d’una ‘campagnola per clavicembalo’, e attorno era un soffiar di caudi uccelli, acefali spifferi dagli antri, e l’estasi volteggiare.
Non si vedevano che i loro due occhi che penetravano gli uni negli altri, a fissare quel barlume di somiglianza tra loro. Quelle stesse scarpe bianche che sfilano dal calcagno dolcemente, le stesse asole chesi liberano dai bottoni per far spazio al derma su derma nel derma. Quello stesso accarezzare, che quando la mano scivola da dietro al collo fin alla pianta del piede, è un brivido che il palmo della mano non sa decidersi se è un accarezzarsi interno del proprio tatto, o la permeante esperienza dell’altro.

Attorno assiepata giaceva vouyeristica stava la coorte delle più somme emminenze del creato. Quell’estasi, quell’abbraccio era il più drastico, il più sibillino degli ultimi due millenni. Una cometa l’aveva annunciato, e cosi’ loro l’aevan seguita e ora se ne godevano il miracolo.
Al centro della scena sempre quell’abbracciarsi d’estasi ierogamica, e sugli spalti l’orda di semi déi guardoni a sgranocchiarsi pop-corn noccioline ambrosia al prezzo d’un sacrificio.
Ma noi stavamo al centro e nulla interessavan il mio cuor che nel petto sussultava emorragie sangugne di gioia, come quel tuo viso con appena quella tinta di rosa che imperla le guancie… come d’una prima barba adolescinziale o la delicata sensazione d’une pesca al tatto.

Ma poi scivolo’ il piede su qualcosa, qualcuno, e l’incanto s’iterruppe drastico.
Tutta una scenografia di cabitoboli da inventarsi di sana pianta…
Interrotti nel bel mezzo d’una divagazione nella musica tra il suono dei miei occhi e i tuoi, attorno il piedistallo sul quale sedeva il sovrano dei capricci si sgranello’ completamente, togliendo cosi’ l’appoggio architettonico alla loggia che venne giù tutta tirandosi dietro grandi dame di fine secolo, moglie e figli incipriati dalla polere che si stava sollevando dapertutto, un crollare tutto.

Alla fine non restammo che ancora io tra le braccia di te, infarinati dalla polvere, e cosi’ prendemmo l’uscita, scavalcando le rovine, per cercare una fonte d’acqua con la quale poggiar rinfrescare.
Il cammino non fu presto, perché….

Sono nata il ventuno a primavera.

sabato, marzo 21st, 2009

La mia primavera.Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.

(A.M.)

Buon compleanno.

“Il volume del canto mi innamora”.

Euridice.

venerdì, ottobre 3rd, 2008

 

 

Morirò di paura 
e venire là in fondo, 
maledetto padrone 
del tempo che fugge, 
del buio e del freddo: 
ma lei aveva vent’anni 
e faceva l’amore, 
e nei campi di maggio, 
da quando è partita, 
non cresce più un fiore … 
E canterò, 
stasera canterò, 
tutte le mie canzoni canterò, 
con il cuore in gola canterò: 
e canterò la storia delle sue mani 
che erano passeri di mare, 
e gli occhi come incanti d’onde 
scivolanti ai bordi delle sere; 
e canterò le madri che 
accompagnano i figli 
verso i loro sogni, 
per non vederli più, la sera, 
sulle vele nere dei ritorni; 
e canterò finché avrò fiato, 
finché avrò voce di dolcezza e rabbia 
gli uomini, segni dimenticati, 
gli uomini, lacrime nella pioggia, 
aggrappati alla vita che se ne va 
con tutto il furore dell’ultimo bacio 
nell’ultimo giorno dell’ultimo amore; 
e canterò finché tu piangerai, 
e canterò finché tu perderai, 
e canterò finché tu scoppierai 
e me la ridarai indietro. 

Ma non avrò più la forza 
di portarla là fuori, 
perché lei adesso è morta 
e là fuori ci sono la luce e i colori: 
dopo aver vinto il cielo 
e battuto l’inferno, 
basterà che mi volti 
e la lascio nella notte, 
la lascio all’inverno… 

e mi volterò 
le carezze di ieri 
mi volterò 
non saranno mai più quelle 
mi volterò 
e nel mondo, su, là fuori 
mi volterò 
s’intravedono le stelle 

mi volterò perché l’ho visto il gelo 
che le ha preso la vita, 
e io, io adesso, nessun altro, 
dico che è finita; 
e ragazze sognanti m’aspettano 
a danzarmi il cuore, 
perché tutto quello che si piange 
non é amore. 
e mi volterò perché tu sfiorirai, 
mi volterò perché tu sparirai, 
mi volterò perché già non ci sei 
e ti addormenterai per sempre. 

(Roberto Vecchioni).

E’ per te.

D’amor Sull’ali Rosee- Verdi,”Il Trovatore”,Atto IV Scena I

venerdì, settembre 26th, 2008

 

D’amor sull’ali rosee 
vanne, sospir dolente, 
del prigioniero misero 
conforta l’egra mente… 
com’aura di speranza 
aleggia in quella stanza, 
lo desta alle memorie, 
ai sogni, ai sogni dell’amor! 
ma deh! non dirgli improvvido, 
le pene, le pene, le pene del mio cor, 
deh! non dirgli improvvido 
le pene del mio cor, 
le pene, le pene del cor. 

Coro interno 
Miserere d’un’alma già vicina 
alla partenza che non ha ritorno; 
miserere di lei, bontà divina; 
preda non sia dell’infernal soggiorno.

Leonora 
Quel suon, quelle preci, solenni, funeste, 
empiron quest’aere di cupo terror! 
Contende l’ambascia, che tutta m’investe, 
al labbro il respiro, i palpiti al cor, 
il respiro, i palpiti al cor, 
Manrico 
Ah! che la morte ognora 
è tarda nel venir 
a chi desia, a chi desia morir!… 
 Addio, addio, Leonora, addio! 
 Leonora 
\ Oh ciel! sento mancarmi!

Coro interno 
Miserere d’un’alma già vicina 
alla partenza che non ha ritorno; 
miserere di lei, bontà divina; 
preda non sia dell’infernal soggiorno.

Leonora 
Sull’orrida torre 
Coro interno 
Miserere! 
Leonora 
ahi! par che la morte 
Coro interno 
miserere! 
Leonora 
con ali di tenebre 
Coro interno 
miserere! 
Leonora 
librando si va… 
Coro interno 
miserere! 
Leonora 
Ah forse dischiuse 
Coro interno  
miserere! 
Leonora 
gli fian queste porte 
sol quando cadaver già freddo sarà, 
/ quando cadaver già freddo sarà. 
Coro interno 
\ miserere! 
Manrico 
Sconto col sangue mio 
l’amor che posi in te!… 
Non ti scordar, non ti scordar di me, 
Leonora, addio, Leonora, addio, addio! 
||: 
Leonora 
| Di te, di te scordarmi! 
| di te, di te scordarmi! 
| di te scordarmi! di te scordarmi! 
| Sento mancarmi… 
Manrico 
| Sconto col sangue mio 
| l’amor che posi in te! 
| Non ti scordar, non ti scordar di me, 
| Leonora, addio. 
Coro interno  
| Miserere! miserere! 
\ miserere! miserere! 
:| | 
Leonora 
| Di te scordarmi! di te scordarmi! di te! 
Manrico 
| Leonora, addio! 
Coro interno 
\ miserere! miserere! 
o con te per sempre unita 
Leonora 
Di te! di te! scordarmi di te!

 

Leonora 
||: 
Tu vedrai che amore in terra 
mai del mio non fu più forte: 
vinse il fato in aspra guerra, 
vincerà la stessa morte. 
O col prezzo di mia vita 
la tua vita io salverò, 
o con te per sempre unita 
nella tomba scenderò! 
Con te per sempre unita sì, 
nella tomba scenderò! 
O col prezzo di mia vita 
la tua vita io salverò, 
o con te unita 
nella tomba scenderò! 
O con te per sempre unita 
nella tomba scenderò 
con te per sempre, per sempre unita 
nella tomba scenderò! 
:|
Ah sì! con te con te 
nella tomba scenderò! 
Ah sì! con te con te 
nella tomba scenderò, 
scenderò, scenderò, scenderò!

giovedì, settembre 25th, 2008

POSTED TO: Parasonnia


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. Ad Memoriam Vocem.
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POSTED TO: Ninfa

O mio babbino caro,
mi piace è bello, bello;
vo’andare in Porta Rossa
a comperar l’anello!
Sì, sì, ci voglio andare!
e se l’amassi indarno,
andrei sul Ponte Vecchio,
ma per buttarmi in Arno!
Mi struggo e mi tormento!
O Dio, vorrei morir!
Babbo, pietà, pietà!
Babbo, pietà, pietà!

.
POSTED TO: Parasonnia

Via, via, vieni via di qui,
niente più ti lega a questi luoghi,
neanche questi fiori azzurri…
via, via, neache questo tempo grigio
pieno di musiche e di uomini che ti son piaciuti,
[ Refrain : It’s wonderful, it’s wonderful, it’s wonderful good luck my babe,
it’s wonderful,it’s wonderful, it’s wonderful, I dream of you…
chips, chips, da-du-du-du-du ]
Via, via, vieni via con me
entra in questo anore buio,
non perderti per niente al mondo…
via, via, non perderti per niente al mondo
Lo spettacolo d’ arte varia di uno innamorato di te,
[Refrain … ]
Via, via, vieni via con me,
entra in questo amore buio pieno di uominivia,
via, via, entra e fatti un bagno caldo
c’è un accappatoio azzurro, fuori piove un mondo freddo,
[Refrain … ]

sabato, settembre 20th, 2008

Dedicata a Sylvia Plath

Più alta
di quanto non saresti più stata.
Ondeggiavi così snella
che le tue lunghe, perfette gambe americane
sembravano salire su su su.
Quella mano divampante,
quelle lunghe dita danzanti,
di eleganza scimmiesca.
E il viso: una palla tesa di gioia.
Ti vedo là, più chiara, più vera
che in tutti gli anni nella sua ombra -
come se ti avessi visto quell’unica volta e poi più.
La cascata sciolta dei capelli
quella molle cortina
sul viso, sulla cicatrice.
E il tuo viso
una gommosa palla di gioia
intorno alla bocca dalle labbra africane, ridente,
dipinte di cremisi.
E i tuoi occhi
strizzati nel viso, succo di diamanti,
incredibilmente luminosi,
come succo di lacrime
che potevano anche essere lacrime di gioia,
una spremuta di gioia.
Volevi strabiliarmi
con il tuo brio.

 

 

Come un Orfeo mancato

Se fossi stato appeso in spirito
A un uncino sotto il muscolo del collo.
Precipitati dalla vita
Facevamo un silenzio profondo, noi tre,
Ciascuno nel suo letto.
Ci confortarono i lupi.
Sotto quella luna di febbraio e la luna di marzo
Lo Zoo si era avvicinato.
E a dispetto della città
I lupi ci consolarono. Due e tre volte per notte
Per lunghi minuti
Cantavano. Avevano scoperto il nostro rifugio.
E i dingo, e i lupi dalla criniera brasiliana -
Tutti levavano la voce insieme
Col grigio branco del nord.
I lupi ci sollevarono nelle loro voci lunghe.
Ci avvolsero e irretirono
Nel lamento per te, nel compianto per noi,
Ci tramarono nelle loro voci. Giacevano nella tua morte,
Nella neve caduta, sotto la neve che cadeva.
E intanto il mio corpo affondava nella leggenda
In cui i lupi cantano nella foresta
Per due bambini trasformati nel sonno
In orfani
Accanto al cadavere della madre.

 

 

Gas

La bocca del forno è un animale buono,
lo sbadiglio di un cane sdentato.
La cucina è igienica come un crematorio.
Il gas è una sciarpa di seta nell’aria,
ha l’odore pungente delle ascelle di Ted.
Shura dorme attaccata alla mia schiena.
È un piccolo innesto.
Una farfalla nella coperta;
il suo respiro è una garza.
Fuori la luna imbianca
la potatura senza sangue degli alberi.
Il prato è cangiante come una pellicola esposta.
Due pastiglie, perfette come una comunione
e orbito fuori dal mondo.
Ultimo volo sullo Zeppelin
contro l’irriducibile flusso delle maree.
Apro le orchidee dei bronchi
e respiro respiro.
Il cuore mi batte veloce come quello di un feto.
Un airone mi picchia dentro il cervello.
La casa è un polmone chiuso.
Il dolore ha il sibilo azzurro del gas.
Altre poesie
Rovi
L’aria intera, il giorno intero
vortica dei richiami delle taccole. La stirpe neonata
delle taccole è iniziata
alla taccolità – quella complicata
corte di convenzioni
e precedenze, di sciovinismo e leggi.
Corte che è quasi una prigione – con sbarre
di gridi e di segnali. Carcerieri
sono tutte le altre taccole. Aprendomi una via
tra i grovigli dei rovi
ho pensato di nuovo: mi sentono?
I rovi sono un tale successo, le loro difese
così elaborate,
la loro estensione così intenzionale, sono svegli?
Certo un nimbo di dolore e di piacere
siede sulla loro nuda corona,
la loro offerta sessuale. Certo non sono solo insensibili,
un vano andare a tentoni. E poi perché no?
Non è lo stesso per le cellule del mio sangue?
Le mie cellule cerebrali forse temono o sentono
il bisturi o l’incidente?
Anch’esse incoronano una pianta
di straordinaria insensibilità. E le taccole
si danno segretamente da fare per essere taccole
come se fossero semi nella terra.
L’intera claque è un’ottenebrata religione
intorno alla sintassi e al vocabolario divini
di una muta cellula, che non sa chi siamo
e neppure che siamo qui,
inimminenti come un qualsiasi fiore di rovo.

(Ted Hughes)

Una Meravigliosa Pazzia

venerdì, settembre 19th, 2008

Nutrito per te ho la mia lampada 

di rame con olio d’oliva,

con zirbo se mancami l’olio.

Per te

la terrò sempre viva

e se zirbo non ho dalle tanche

se niega l’arbusto il suo fiore

darò per nutrir la mia lampada

il sangue del vivo mio cuore.

E se sangue non ho

dal cuor che penato ha già tanto

darò per nutrir la mia lampada

il pianto

infinito

il mio pianto.

(Sebastiano Satta).

 

Non so se ho diviso i versi nel modo giusto,e qualche parola potrebbe essere sbagliata. Mi piace così, affidata agli incredibili ricordi e alla stupefacente memoria di mio nonno che me l’ha recitata questa sera,con gli occhi che brillavano. Anche per questo non potevo esser diversa da quel che sono. Ecco una meravigliosa pazzia.

 

 

IDILLIO

Fiume che scendi giù dal Bolognese,
Fiume dall’acqua cristallina e cheta,
O caro fiumicel del mio paese,
Tu sol m’hai fatto diventar poeta:
Tra i floridi giuncheti e la cortese
Delle tue fresche rive ombra segreta,
Tra la verdura tua serrata e folta
Ho conosciuto amor la prima volta.

Sovra la sabbia d’or della tua sponda
Con un fruscio gentil l’acqua fuggiva,
E là dov’è più chiara e men profonda
Noi dovevam passar sull’altra riva.
Ella cantava e la canzon gioconda
Laggiù, laggiù tra i salici moriva:
Ella era bionda, bella ed io l’amavo:
Glielo volevo dire, e non l’osavo.

Stretti, serrati insiem come due sposi
Delle prime carezze all’indomani,
Soli camminavan per misteriosi
Silenzi, all’ombra delle querce immani:
E dalle vesti sue, dagli odorosi
Capegli usciano quei profumi arcani,
Quei profumi di carne e di salute
Che vanno al cor per vie non conosciute.

Al margine del guado alfin venuti
Un pensiero ci colse all’improvviso,
E così ci fermammo irresoluti,
Così tra la vergogna e tra il sorriso.
Eravamo soletti e non veduti
Ed arrossendo ci guardammo in viso;
Con un fruscìo gentil l’acqua fuggiva
E dovevam passar sull’altra riva.

Pur mi feci coraggio e dissi: vieni,
Vieni, ti porterò tra le mie braccia:
Ella disse di sì, rise e i sereni
Occhi mi fisse arditamente in faccia.
Io mi sentii fuggir su per le reni
La voluttà come una lama diaccia;
La lingua ribellossi alla parola
E il cor parea che mi saltasse in gola.

Chinato sopra l’erba io mi scalzai;
Ella avea gli occhi bassi e pur guardava;
La presi in braccio e dentro all’acqua entrai…
Io me la presi in braccio, io che l’amava!
Così la prima volta mi serrai
Forte contro al suo sen che palpitava
Come una colombella spaurita
Palpita nella man che l’ha ghermita.

O bei piedini così ben calzati,
Per non guardarla in viso io vi guardava,
Per non veder quegli occhi spaventati
Dove il sorriso col timor lottava!
Sotto a’ miei diti stretti ed agitati
Cedea la carne e il busto scricchiolava
E l’alito gentil del suo sorriso
Caldo e procace mi saliva al viso;

E si serrava al petto mio, mettendo
Ad ogni passo un riso di spavento,
Ed una ciocca di capegli, uscendo
Di mezzo all’altre, m’irritava il mento.
Le vidi in viso balenar fuggendo
Il riflesso dell’acqua, e in quel momento
Divenni forte e non v’ho più guardati,
O bei piedini così ben calzati!

Ebbi il coraggio di guardarla in faccia,
Di guardarla negli occhi e non tremai;
La sua carne fremea tra le mie braccia,
Eravam sulla riva e mi fermai;
E la mal chiusa veste apria la traccia
Di candidi misteri e li guardai,
Finchè mi vinse amor… Caddi a ginocchi,
La baciai sulla bocca e chiusi gli occhi.

Che cosa avvenne poi? Vide ed intese
L’acqua del fiume cristallina e cheta,
E tu fiume lo sai del mio paese,
Tu che m’hai fatto diventar poeta;
Lo sanno i tuoi giuncheti e la cortese
Delle tue fresche rive ombra segreta
E la verdura tua serrata e folta
Dove conobbi amor la prima volta.

(Olindo Guerrini)

E gli occhi del mio nonno poeta pazzo e meraviglioso hanno brillato un’altra volta quando ho trovato su internet questa poesia di “Stecchetti”,come lui lo chiama con uno pseudonimo. I suoi occhi che sorridono,per aver fatto ordine tra una strofa e l’altra, son stati uno dei regali più belli di questa sera.