La storia d’un inizio…
sabato, novembre 22nd, 2008Trascuravo le emorragie. Un vetro a traverso il quale un fuori si dava a speculare, tutto l’intero catasto della vista prorompeva in epifanica evidenza. Il quotidiano slabbrato a vademecum delle cose dimenticate. Sembrava che nient’altro che desolazione e disinteresse fossero venute ad abritarsi sotto la pelle a dar al corpo la sensazione d’un silenzio pneumatico sotto epidermico, come una distanza tagliente tra la vita che vivi e quella che nel pensiero si figura.
Ma scrosci insistenti di tintinnar di trombe sulle scale e le grida di una voce che da basso lenta saliva saliva a effluvi. E dalle narici era l’olezzo dell’annusare, ancor prima che all’udito si desse la certezza d’un ritmico volteggiare cocleo: le sensazioni s’imprendevano tutte, il corpo sentinella stava a sentirsi e si centrava secante la sensazione, come cosa che trasportata fuor di se stessa, verso un’eccessiva interiorità. Molecola a molecola a bisbigliarsi chissa quali enzimatiche ciarle.
E poi era una faccia a gridar riflessa su uno specchio che si portava a presso per dipingersi in tutte le sue somiglianze, e che decretava l’ora del mio battesimo. Sgolava la voce a richiamar la ratio ad una imperiosa e catartica autodisciplina: schiaffeggiando le guancie rosee di quel che sembrava essere il mio cadaverico deliquio di carne e empirismo, riportava ad una soglia unanimemente socio mondana la mia mente: e il diradarsi del silenzio: dimescolandosi le cose in un reticolato sensorio, caoticamente organizzato dalle più banali capacità intelletive, permetterono alla mia sagoma di rapportarsi meccanicamente alle forme e a potermi dire io. La prima traccia certa d’un’identità soggettiva, fu uno scoccar cronometrico d’orologeria meccanica tubante tra le tempie, col loro pulsare l’emicrania vociferante dei pensieri associativi. Lo spazio di conseguenza si disponeva prospettico nella tridimensionalità bizantina di fronte alle pupille mie che pur restavano roventi cercando sempre di sorvegliar l’obliquo.
Ma lui insistette, insisteva, forsennato s’affacendava a dire e accomodatosi sulla spalliera ingobita delle sue uggie pensivo si rimescolava il meditare di notti scorse a rivederci faccia a faccia come due monologanti film: ‘non credo ci fossimo dati un appuntamento, e sarà forse per questo che ti sembra d’esser puntuale?… ma lo si sarà pur detto da qualche parte che del tempo non mi cale… ma tu prendi degli appunti di tutto quel che qui si dice e si scrive?… sembra che le cose cadano sbadattamente, sott’occhi, seguendo la bizzarria del ghiribizzo… ma quello che dovremmo seguire e il formarsi lattiginoso dell’arabesco, il lento cadenzarsi della curva… la linearità, è stato detto, è pedantesco dialettizar, stornir le forme, alora che a te è sempre più interessata la pittura cinese, quel movimento sospensorio della punta del pennello che meditativo si stacca dal corpo, dai pensieri, dalle preoccupazioni logico razionali, per poi cadere di filato nel tratteggiarsi sinuoso dell’accidente… non era la tua vecchia passione?… son sicuro che da qualche parte ci saranno ancora quelle foto di Clinamen…ci siamo andati insieme, no?…’
Tutto insieme sempre assieme. Parli e senti. Voce e fenomeno che s’ascolta. Fuor del due, del molteplice l’unicità è sorda, di tutto e di niente.
Cicaleccio d’una monologante dualità.
Non resteremo qui per molto, la stanza sa di stantio buio soffocante accerchiamento delle mura che occludono, non c’è storia senza viaggio, bisognerà pure che ti venga una voglia, senza desiderio non si da mondo. Senza mondo non si da letteratura, e viceversa.
Quindi.
Affrastellare oggetti e l’importante è avere una valigia, qualcosa che si muova, un cumulo di cose che faccia corpo, il somatismo d’un qualcosa.
Valigia poggiata sul catafalco che immenso s’elevava al centro d’una stanza ottogonale. Costruzione ormai semicadente d’una, si diceva, oscura generazione che s’era precedentemente interessata alla composizione archittetonica di forme che spazziassero l’immensità d’ogni radura cercando di imprimervi la forzata presenza d’una regula artis che disponesse delle dimensioni. Non per la voglia di collocare ordinatamente, ma per suggerire che le forme se esistevano erano atte a trasformare, a spazializzare l’immensità, delimitandola si’, ma come fa la circonferenza che in se contiene tutto il proprio spazio interno che fa perno su un centro rotatorio, e che contiene, sezionandone una parte, tutta l’esteriorità, che circolare, poggierà d’ora in poi sul circonferenziale confine tracciato.
L’ottagono venne disegnato come la smussatura prima di uno scindersi angolare proprio d’un cerchio, permettendo alla sfericità di somigliare il più possibile alla staticità quadrangolare. Se inscrivere il quadrato nel cerchio avrebbe portato l’architetto alla follia o costringerlo ad accettare approssimazioni egizie, s’era deciso di smussare la curva o arrotondare gli angoli, diminuendone l’apertura radiale.
Cosi’ l’ottagono si immagino’ come forma condensante il diradarsi dell’angolo giro nel conseguente dissezionarsi dell’angolo retto. Inoltre l’ottagono permetteva di isolare la stanza, dove nel combacciare con altre stanze attigue di similare forma restavano delle intercapedini vuote che non conchiudevano lo spazio in un’arnia claustrofobicamente combacciante, ma interponendo il vuoto, a richiamo dell’immensità che in questo modo veniva recisa, ma cosi’ non dimenticata.
Sembrava ad occhio esperto la geometrica disposizione d’un santuario, e a reiterazione di tale sunto le pareti erano totalmente inarsiate di immagini e al soffito appese erano delle rotelle che s’azionavano con minimali spifferi d’aria che circolavano per la stanza ogni volta che la porta per potervi accedere veniva aperta.
L’occultamento del luogo era garantito dall’entrata non accessibile ad occhio disattento e al non facile percorso che anticipava il pervenire alla soglia della porta sulla quale incise erano ironicamente le parole di passati poeti di cui era stata riconosciuta la preveggenza.
Ma cosa faceva la valigia cosi’ poggiata? E chi la depose in questo luogo?
