poi ci perdemmo, la vista si disperse nell’iridescenza del circostante, il tuo volto smantellato dall’inframmezzarsi delle eventualità: non vedere altro che quel che i propri occhi prevedono, ma non quella cecità che in te si contempla.
Ci sarà pur dovuto essere un biancore senza intermittenza, pura evanescenza che ribolliva di desiderio, prima che poi esistesse un mondo da inscenare in vita.
Da questo troppo biancore, da un troppo non vedere, s’è poi pur dovuto stracciar qualcosa, d’un’imaggine appena un accenno, che si desse a vedere: e poi per perpetrare il sacrificio libidico dell’Universo, da un’immagine un’altra e poi e ancora, cosi’ da inscenare nella mandorla della mente: Tutto-cio’-che-Diviene.
Ma è per questo che ti piango, per: di quel senso di calore che abbrusa intra l’amla (per dirla come quella volta), che quando ci sei non mi fa essere.
Come se, proprio come se, quando due immaginarie sessualità opposte, bianco e nero, uomo e donna danno vita a un’androginia pantasessuale, che gode nel desiderio, che s’eiacula nella propria vagina.
Questo desiderio ammorbante mi tiene desto e costringe ad una vita di straordinari sulla vita: il tempo non batte più nelle quarantottoore, ma si basa sulla catastrofia delle eclissi: il gesto non si limita più a compiere un’azione interessata all’usufrutto, ma pretende essere la ripetizione dell’esplosione d’una nebulosa, che so io, o la reiterata sequenza dell’espandersi e dilatarsi tra freddo e calore: un gesto atteggiato a ripetizione dell’Eterno.
E’ chiaro che il maldischiena per essersi incaricati di ingobbirsi a tali funzioni, chieda un attimo di sospensione: esser a quando nessun gesto è più, estatica evanescenza, simil morte per un corpo che s’invola nelle proprie fibbre dell’anima solletticata dal brivido.
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Ma ancora vagolo vicolo dietro all’altro, a scorrazzare tra le mie mestizie, e mi sollazzo in un erotomania ingorda; il corpo casto, unico, a te destinato, ora sembra essere destinato a spappolarsi in una miriade di erotici scambi col Tutto della mia carne che sembra entrare in collisione con se stessa.
Un accenno d’un pur qualcosa scatena la reazione del mio corpo che sente sentire la sensazione, esattamente della stessa maniera che: uno non prova che le sensazioni trasmessagli da una marionetta che gli volteggia di fronte.
Ora forse si potrebbe capire lo Stato del mio cuore, l’amministrazione della mia ‘zona interiore’ è affidata a gruppi di intagliatori di logos, che levigano quel giusto per far delle parole il sibilo che perscepisci appena nel sottofondo d’una pernacchia.
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