Sono nata il ventuno a primavera.

marzo 21st, 2009 by eggs©

La mia primavera.Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.

(A.M.)

Buon compleanno.

“Il volume del canto mi innamora”.


Hg _ Mercure le Facteur

marzo 12th, 2009 by eggs©

Il postino sbava fatica con la lingua penzoloni che m’imbratta la scrivania, e io non cesso di scrivere, scrivere, qusest’epistolario che invio a Te.
E scrivo la penna grata la carta, vi sarà incisa la mia carne, per te, ci metto dentro tutto il mio cuore, portafogli incluso. Ma ogni volta il postino torna mani vuote.
E lo interrogo se allora ti ha vista? Se da dietro un bianco bouquet di fiori un tuo accenno abbia fatto si’ si’ con la testa? O se chiusa dietro muraglioni invalicabili rinserravi il tuo silenzio? E lui niente, niente, ogni volta niente, dice di non ricordare, niente, di avere più o meno l’impressione d’essersi avvicinato alle tue porte, ma che poi se qualcuno apparve non saprebbe dirlo! E come potrebbe! come potrebbe! ricordare quella che non s’é vista, ma nella quale dimescolato era il nostro vedere. Non c’è memoria dell’estasi, e questo povero postino, sfiancato dalle sue estasi, mi sa tanto che dovro’ cambiarlo con qualcos’altro….
una colomba?, no… farebbe troppo spirintosanto, uhm?… e se ci mettessi una serpe? sempre troppo biblico? e se allora fosse un enzimatica reazione a condurre le nostre lettere? Se l’epistolario passasse da protocellula a protocellula come un linguaggio della carne? della chimica? finirebbe che l’estasi si trasforma in una bomba atomica… in questo caso troppo evangelico, apocatilitico, ‘le cose ultime’, la fine dei tempi! e col Tempo che gli sopravvive per miracolo?… o magari lo schermo d’un personal computer ad eccessiva definizione? passo alle mail? no?…

non so ancora come sostituiro’ il mio postino… te lo diro’, e la sorpresa sarà più grande ancora perchè già saprai la risposta prima di leggere la mia lettera, vedendola arrivare.
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.Stèle de Mercure au grand caducée (Musée Carnavalet, Paris).


A letter to. Da un pensatore per esperienza

marzo 9th, 2009 by eggs©

Pensare il pensiero, è un cerchio che s’arrottola. E se il pensiero è il tuo volto non smettere di specchiarmici in esso.

E le tue braccia non stanno mai ferme, muovi le labbra sillabando ogni singola fibra nervosa dei musculi labbrali, giusto l’attimo che dura il tempo di poter essere e fuggito già via, cadenza la tua ripetitiva variazione d’ogni ripetizione, cosi’ io.

Faccia a faccia con una reiterata successione di sfilate di maschera: un qualcosa offuscamente appare, poi si disegna una cornice, una persona v’è dipinta, c’è anche qualcuno che la guarda, poi all’éclat del suo splendore, definitivamente decade.
Lo scambio reiterato di una successione di connessioni e disconnessioni, di umor bianco e umor nero, tra un occhio che placido abbaglia le sue pupille, e uno spettacoletto che gli dipinge il vedere.
Quello scambio è il desiderio irrefrenabile a che desiderio si generi, a che Tu neonatamente risorga ogni risorgenza.

E quando torni è sempre lo spettacolo del trionfo che s’inscena: una volta saranno per una notte orientale delle odalische che battono ciglia alla velocità dell’ultrasuono delle loro cavigliere, un’altra sarà al solo fine di pervertire la ragione e accompagnata saresti da solo un velo trasparente ad allontanarti che viene laboriosamente cesellato da delatori e prostitute in trance.
Ma è sempre lo stesso abbagli che mi sorprende e mi prende in sopprasalto. Ogni volta sarà quella certa lucentezza che contorna l’iride a darsi a vedere, un focherello che sollazza il nervo ottico a cercar di mettere in immagine cio’ che non si vede. Le tue floriluscenti danze son mossa per mossa la vertigine d’un labirinto, passo dopo passo a dietro un filo, che poi alla fine somiglieranno pur persino a quella che chiamarti Arianna si suole, a dirti nome di quella sapienza che trapassa tra le tempie di un pensatore per esperienza.
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nientepopodimeno che: IL SIBILO D’UNA PERNACCHIA

marzo 8th, 2009 by eggs©

poi ci perdemmo, la vista si disperse nell’iridescenza del circostante, il tuo volto smantellato dall’inframmezzarsi delle eventualità: non vedere altro che quel che i propri occhi prevedono, ma non quella cecità che in te si contempla.
Ci sarà pur dovuto essere un biancore senza intermittenza, pura evanescenza che ribolliva di desiderio, prima che poi esistesse un mondo da inscenare in vita.
Da questo troppo biancore, da un troppo non vedere, s’è poi pur dovuto stracciar qualcosa, d’un’imaggine appena un accenno, che si desse a vedere: e poi per perpetrare il sacrificio libidico dell’Universo, da un’immagine un’altra e poi e ancora, cosi’ da inscenare nella mandorla della mente: Tutto-cio’-che-Diviene.

Ma è per questo che ti piango, per: di quel senso di calore che abbrusa intra l’amla (per dirla come quella volta), che quando ci sei non mi fa essere.
Come se, proprio come se, quando due immaginarie sessualità opposte, bianco e nero, uomo e donna danno vita a un’androginia pantasessuale, che gode nel desiderio, che s’eiacula nella propria vagina.

Questo desiderio ammorbante mi tiene desto e costringe ad una vita di straordinari sulla vita: il tempo non batte più nelle quarantottoore, ma si basa sulla catastrofia delle eclissi: il gesto non si limita più a compiere un’azione interessata all’usufrutto, ma pretende essere la ripetizione dell’esplosione d’una nebulosa, che so io, o la reiterata sequenza dell’espandersi e dilatarsi tra freddo e calore: un gesto atteggiato a ripetizione dell’Eterno.
E’ chiaro che il maldischiena per essersi incaricati di ingobbirsi a tali funzioni, chieda un attimo di sospensione: esser a quando nessun gesto è più, estatica evanescenza, simil morte per un corpo che s’invola nelle proprie fibbre dell’anima solletticata dal brivido.

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Ma ancora vagolo vicolo dietro all’altro, a scorrazzare tra le mie mestizie, e mi sollazzo in un erotomania ingorda; il corpo casto, unico, a te destinato, ora sembra essere destinato a spappolarsi in una miriade di erotici scambi col Tutto della mia carne che sembra entrare in collisione con se stessa.
Un accenno d’un pur qualcosa scatena la reazione del mio corpo che sente sentire la sensazione, esattamente della stessa maniera che: uno non prova che le sensazioni trasmessagli da una marionetta che gli volteggia di fronte.

Ora forse si potrebbe capire lo Stato del mio cuore, l’amministrazione della mia ‘zona interiore’ è affidata a gruppi di intagliatori di logos, che levigano quel giusto per far delle parole il sibilo che perscepisci appena nel sottofondo d’una pernacchia.
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Danza dell’Innominato

marzo 8th, 2009 by eggs©

Come quella volta, questa cosi’ sbatti le mani ritmando il battito delle mie ansie, respiro sotto il ticchettio dei tuoi tacchi a tip tap, e mi riviene dal pensare il pensare.
Vorticalmente le cavigliere cigolano antichi sirtri che filtrano nelle intercapedini cocliche, tamburi sostengono il battere a terra delle tue flesse calcagna.
Pieghi e ripiegansi le vesti del tuo abbaglio, sinusoidale la tua maja strega il cerveletto, l’ipotalamo schizoide secerne la pulsazione del cuore, s’irrora di sangue la carne, di carne il logos.
Tutto ribolle nota dopo un’altra a rimescolar calore e a rialimentar di sempre nuova fiamma.

Spostando poi di poco il monocolo dal quale spio la scena dei miei atti, vedo dibatterti circondata da una muscolosa fiumana di nerbore canute, dagli occhi e cigli ancor più neri che immaginar potrei, tentando di succhiare il latte dalle gengive d’un neonato: stregoneria, la tua danza era pura sensualità diabolesca, cose e fatti e tutto cio’ che t’attorniava stava giusto li’ il tempo di darti sotto la fattispecie di fatucchiera danzereccia, dalle cui cadenze e sequenze nascesse quel surplus al Mercato dei propri Atomi, quel senso di vita che non sa di umano, quel ronzio infracranico che spira, quel qualcosa che ogni ‘quel’ eccede al dire.


Au revoir

marzo 4th, 2009 by eggs©

Mi dici allora soffriamo insieme. Se non m’ami almeno compatiscimi.
E carezzo una lacrima amara che mi sgorga a fiotti dalla pupilla, dicendo di fronte ad uno specchio riflesso: soffro la stessa passione che tu soffri, cum te, patisco.
Dallo stesso Dolore abitati, nel reticolato della nostra prescienza, dell’Intuizione nel dolore, raccogliamo i nostri bouquets fanés che dedicheremo al fondo umido d’un vaso in cocci. Li’ ritroviamo l’inverso dello sprofondamento che c’attirava quando Uno era un’abbraccio. Ora Uno è la distanza che disunendoci ci ricongiunge. L’essersi persi e la necessità del ritrovarsi, generano ansiogena spasmodia come cuore che batte tamburo del petto, l’insorgenza d’un’amore troppo amore per esser tale.
Quello che quando l’oggetto desiderato non è più il fine del desiderare, perso è per semper l’averti, ma il fine è che il desiderio resti desto, attivo, a rinfocolare l’ardore intestinale che spinge muove agita ci vive.

Ora tu te ne starai indietro a rimpiangere tutti i momenti, al sol fine di poterti dire di averli almen vissuti. Tra un petalo e una altro petalo stracciati dal ricettacolo d’una begonia in pianto, te ne stai affusolando il tuo tempo attorno a quell’unico dolore che ti abita, quel turgido perno ansiogeno che equilibria la tua vita, posizionando l’esitenza su una giravolta ad accellerazione angolare costante.
La vertigine ti chiama allo svanimento, e tu t’involi fin dove non sarai mai, e le commari che vedendoti precipitare al cielo gridano che estatica te ne sei andata, piegata nella parano-schizzoide sensazione di sentire il mondo come una bolla d’aria partorita dal tuo cervello in solluccheri, e hai gridato appena il soffio d’un arrivederci.

E quel soffio era sicuramente dedicato a me, e cosi’ io me l’immagino.
E traspiro anch’io per te questo definitivo arrivederci.

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A letter to Ninfa

febbraio 24th, 2009 by eggs©

Janacek – String Quartet n 2 “Intimate Letters” – II Adagio


Amore da cani

febbraio 21st, 2009 by eggs©

Ora vieni da me tu, con le braccia penzoloni masticando la lamentela dei tuoi affanni. Chiedi cosa occorre a non fare che Uno. Cosa manca all’entelechia per eccedere il suo sforzo, e svanire: come un desiderio come quando eiaculato si spegne e resta quell’attimo di gelido orgasmo maschile; e non tocchi più a niente, pelle fredda rancida che tasta la propria ipotermia.
Chiedi ancora, elemosini la bava dei miei cani, implori che almeno da loro ti lasci sbranare, che senza cenno sguinzagli la loro furia assassina sulla tua facetta da cerbiatto. Vorresti che almeno il tuo dolore sia sublime come un sacrificio, che la morte venga a liberarti da tutti i mali della terra, per liberare il mondo dal tuo infetto dolore, dall’amore per cosa che non t’ama.