
Doveva essere lo scoop del millennio.
S’erano sentite cronache riguardo ad un dio crocifisso, ad una principe diventato santo nella povertà inapagabile del Nulla, di Sodome flambé all’ira di dio per congelare poi in uno sguardo di sale una fugittiva troppo curiosa… ma mai nessuno aveva osato adentrarsi tra i viotoli i vicoletti le viuzze e i boulevards della Ciittà del Male.
Luogo che ormai era quasi mitico, sopratutto in seguito all’utilizzo pubblicitario fattone da una famosa casa di lingerie; e tutti davano per scontata la sua inesistenza. Dicevasi a proposito della Città che era tutta una favola, una diceria, un mito creato al sol fine di nascondere la verità: e quando si chiedeva quale fosse la verità nascosta, si rispondeva: lo sfruttamento dello schiavo e del padrone…
Ma RadioGraphiA ha sempre saputo che la Città del Male era il luogo adatto per lo scoop degi scoop. Bisognava trovare il luogo esatto, il modo esatto, in cui i faits-divers nascono e si diffondono. Questa era la Città del Male.
Varie spedizione sono state tentate per lungo tempo: ingenti le spese per la Redazione, sopratutto in vite umane, sacrificate in nome di un gesto come un altro.
Alcuni studiosi sono stati persino stati messi a disposizione dei vari reporter che galvanizzati da sogni di gloria, si persuadevano a lasciarsi partire alla ricerca della Città. Certi studiosi, di certo i più disattenti alle proprie spiegazioni, si son messi a rovistare in vecchie cataste mnemoniche, risalendo poi a galla con delle parole enigmatiche che tradussero poi cosi’: ‘Da percorrere è la strada che porta le morti alla rinascita’.
Da questa frase, un’eccletico insegnante di Princeton, ha scritto una tesi di circa ottocentoottantotto pagine senza contare la prefazione, in cui sostenendo varie cose, conclude che bisognava tornare a leggersi i vecchi testi sacri. Un altro professore suo collega, sempre facente parte del corpo insegnante dell’università di Princeton, ha sostenuto al contrario che la frase indicava il cammino verso l’emancipazione del fotoromanzo, e suggeriva non tanto di tornare ai testi sacri, ma di elevare il fotoromanzo a testo sacro, sostenendo che: “il valore informativo contenuto in un fotoromanzo non è algebricamente inferiore a quello contenuto in un testo sacro, e in qualunque altro testo”.
Alla pubblicazione di questa replica un polverone di vespe s’è levato: e grida da sinistra e grida da destra (seguendo tutte le variazioni arcobaleniche tra il bianco e il nero) han finito subito per dar vita ad una parlamentare seduta per decretare quale delle due tesi fosse vera e quale quella falsa.
Ma intanto quella frase rimaneva sepolta, dimentica, inascoltata sotto il varcame di sbraiti che dalle sale conferenziali e ministeriali e i vari gabinetti si propagava televisivamente in tutti i timpani dei poveri studentelli ratristati dalla difficile situazione. S’era insomma all’impasse.
La frase ora finita in un’archivio custodito dai ratti che ne gustavano la carta, dentellando i bordi dei fogli, venne trovata da un giovane giornalista della redazione di RadioGraphiA : Monsieur de Raciné, un giovane incapace che era stato adibito alla pulitura del cesso della sottosegretaria del curatore del necrologio: ma durante le ore notturne, passava il tempo a sgattaiolare tra le finestre a sbirciarci dentro: s’intrufolava nei bagni delle signore, nello sgabuzzino del presidente, alla biblioteca, al processo di puro assorbimento alla materia della materia nella materia: amen: e cosi’ fu che inciampando su una nidiata di piccoli rati cadde tra le scartoffie: l’archivio: sollevando gli occhi ad un immenso corridoio percepi’ l’odore acre della carta invadergli lentamente l’ipotalamo, lo squittio acutissimo dei rati si mescolava col proprio eco, uno squittire sordo e teso tra i timpani. Movendo qualche passo era il ritmo del tempo a muoversi, o cosi’ gli sembrava, fogli fogli fogli e fogli e ovunque fogli ovunque, gli sembro’ persino di girare in tondo, in un labirinto.
Ad un tratto’ gli sembro’ pure d’aver percepito la voce d’Arianna (la donna delle pulizie più graziosa del Mediterraneo, secondo un recente sondaggio), ma un topo gli aveva morso le orecchie.
Quindi chiusi gli occhi per il troppo vedere, a tastoni accarezzo quei fogli seguendone il fruscio tattile-uditivo, si conduceva. Accarezzava anche schiene irsute di rati che profitavano per una grattatina, come degli angioletti che fossero venuti tra le mani degli uomini per non farsi vedere, ma quindi per farsi amare. I toperelli se la godevano a tutte quelle attenzioni e lo squittio sembro diventare meno denso, iniziare a rarefarsi verso un dondolio vaporoso, in cui i toni acuti lasciavano il posto a un pizzico d’arpa. Un coro di ratti in calore dové pensar disgustato Monsieur de Raciné.
Ma la strada era diritta e certa, perché cieca, ormai non altro che andar. Ma come fu che in questo pellegrinare onirico poté ritrovare quelle parole dimenticate, fu opera del destinatario del caso: ossia fu opera sua: di Mmonsieur de Raciné, che completamente sospesa ogni soggettività d’ogni tipo e attributo aveva potuto compiere un gesto veramente suo, perché strappato a TuttoilNulla: ossia: compi’ un gesto ma vedendo di compierlo: ossia si trovo’ tra le mani quando si ricordo’ di non essere un mutilato della guerra del Pelopponneso, ma un giornalista di RadioGraphia: e si ritrovo’ cosi’ di colpo scartabellando quelle righe che gli si impressionavano sulla retina:
Da percorrere è la strada che porta le morti alla rinascita.
E da qui che partito in un suo convincimento tutto certo s’è organizzato spalle nello zaino e mani in tasca per mettersi alla ricerca di questa “strada”. Qual’era la strada che mena le morti alla vita? Di che strada si tratta? Il fatto che questa strada possa essere asfaltata deve essere imputato al logos? o deve essere considerato come un attributo aristotelico? E se poi la strada è in ciottolato? Non sarà colpa d’una certa spiritualità di giaponeserie?
E infinitamente elucubrando già era sul ponte d’una nave a guardare fazoletti bianchi umidici di lacrime e muco sventolare fradicie a salutare qualcun’altro che lui.
E rimirando stette sospeso all’orizzontale fessura della sua coscienza.