“… D’Abigaille mal conoscete il core…”
L’informazione continua a fornirci una lettura delle cose, rapportandoci tutto cio’ che ‘è’, tutto cio’ che riguarda il tempo, le cose, i fenomeni che infestano le coscienze. Il mondo è la sua copertura: le cose che accadono al di sopra delle parole taciono, sommerse dal frastuono delle parole che forniscono la fattuale realtà delle cose.
Risuonano nelle orecchie frastornate dei telespettatori le informazioni che plasmano l’unica materia con la quale le loro menti concettualizzano.
Nel luogo comune giace l’insondabile sapienza dell’idiozia che ci fa muovere, ci fornisce i concetti che ci forniscono una spiegazione alle cose che c’accadono di fronte agli occhi.
E c’è chi s’accontenta della spiegazione che viene fornita dalla ragione di Stato, ossia dalla ragione cartesiana, quella che presupponendo un essere pensante e agente di sola conseguenza del proprio concettualizzare, ci renderebbe liberi di scegliere tra: se andare a votare o per protesta, no.
Sempre e comunque citadini di uno Stato a cui è riconosciuta esistenza e utilità.
Su quale presunta legge, se non quella della forza che lo stato imprime nella coscienza dei singoli, si basa la leggittimità d’uno Stato? Quale appartenenza attesterebbe la mia effettiva cittadinanza con un territorialmente definito cives? Qual’è il confine del mio ‘essere’? A chi rassomiglierebbe ‘Io’?
All’Italiano? Solo perchè cagato fuori da una vagina che sanguino’ sul suolo governato sotto l’egida dell”esercito italiano’? Come poter credere di appartenere a quel luogo che ci diede un nome?
E in quel luogo che venimmo a mancare.
Inquisiti dal nostro nome proprio, da quel giorno fummo costretti ad arruolarci per qualche causa. Anche il millantato egoismo non diferisce dall’arruolamento a un patriotismo.
Io come patria è poca cosa quando una patria come io.
E’ da quel giorno che non accettammo d’essere forieri del caos, anarchicamente dissolutori del Tutto per incorporarlo all’Io, e fu da allora che non accettammo nessuna ragione che non fosse infondata, disrazionale; che non concedemmo in nulla al bene placito dell’opinione.
Rivoltare non poteva voler dire prendere appuntamento in piazza per invadere qualche Palazzo d’Inverno per poi incoronare un Presidente in luogo di un Re.
Idolatrare il futuro è non aver concesso nulla al presente.
La rivolta è il perenne voltastomaco che ci raggira gli organi; rivolta è l’anatomia spiazzata nell’istante in cui la cosciena non è dispersa nel fantasmagorico mondo delle ‘cose’, ma afisa su se stessa a contemplare quell’attimo che ci ‘fa’: diversi da prima e da poi, identici solo ad un corpo amorfo.
E se tutto cio’ sembra poesia, per dirla sottoforma retorica più modesta, rivolta è il costante e amorale metamorfizzar se stessi, non accettando la propria volontà, discreditando il proprio operare. Distanziandosi gelidamente dalla fatalità delle cose.
Ed è ancora non chiaro?
Basterà rifiutare ogni gesto di cortesia alla canaille.
Disaffezionarsi dall’esistere.
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E nei villaggi di radiosvizzeri non gravita l’olezzo della carta e inchiostro, ma si puo’ sentire più a fondo l’odore della terra, il suo grido primaverile, l’eco delle ecatacombe del tempo e della sua storia.
Gli olezzi d’un dolore che si indigna di fronte all’iniquità dell’opinione.