Alla fine i vent’anni finiscono
Posted in Senza categoria on Novembre 26th, 2008 by EggS©Come si puo’ sopravvivere ai propri vent’anni.
La più insensata ed energica spinta, ogni barlume di coscienza, l’abbrotosolirsi e pietrificarsi di fronte all’accendersi dell’intuizione, il surriscaldamento addominale degno d’un eterea follia germinativa, tutto s’è raffreddato.
Due strade s’aprono, qui, un bivio. Bisognerà bene che ci piazzi qualche stuatuetta votiva in onore di qualcosa che non è ben chiaro ancora cosa sia, il diavolo dio le potenze ctonie quelle celestiali ne l’uno ne l’altro, il semplice disgusto per la mediocritas che c’ha spinti a sprofondare nelle nequizie più ferine ed elevarci fino a monti innevati di divinità pagane sodomizzate al prezzo della nostra verginità… ma a destra si da la più rapida via verso una ritirata nell’orgoglio almeno di dirsi sconfitti si, ma non cedevoli, impugnare un coltelaccio da macellaio affilato e infilarselo al centro del costato sfondando in pieno deliquio il cuore che cosi’ si potrà dire degno d’essersi almeno schiffato fino all’eccesso, e si potrà illudere che la sua morte non sarà il volgare rodersi del tempo che c’è dato fino all’indebolimento improrogabile, sarà almeno l’atto d’una vita che s’inorgoglirà d’un eroismo, il proprio, quello d’essersi dato la morte, sacrificato come d’un dio che dopo essersi tranciato d’un arto vedendo il frutto nefasto del suo gesto decidesse di rescindere i legami con quella creazione che non riesce a riconoscere come propria.
L’altra via s’apre a sinistra. Ora non rircordo quale sia la via Reale, quella che sale che scende, ma questa è una via che prepara a due occhi agghiaciati a visionare lo spettacolo d’una vita congelata dietro un vetro sotto formalina, come un braccio staccato, perso in una qualche battaglia, perso al nacere, il mondo di cui c’amputammo e che credemmo potesse divenire secondo le voglie d’un nostro divino ardore, e che adesso non fa che giacere come una cancrena secondo leggi che non alla mia volontà è dato dettare, ma seguono il rodere di leggi che catapultano anche me nella necessità delle cose, nell’improrogabile passar solamente delle cose, come ombre che appena il tempo d’una rivoluzione giornaliera della luce che quelle ombre ha creato, senza curarsi che l’ombra sia oppure no, e che allo zenit si verticalizza, realizzando la giovinezza, la disparizione e la perfetta unione di luce e buio per poi svanire nel declinar di sola notte. E cosi’ non resterà che la contemplazione cinica della mia stessa putrefazione, senza eroismi e cataclismatiche sensazioni da partorire tra le tempie accese, ma solo il temperato salmodiare la propria necessaria bestemmia contro l’incaponirsi dell’esistenza, e la paziente meditazione su quel mostro che s’amputo’ di se, lascio’ precipitare il mondo su se stesso, e che ora, probabilmente, nell’ozio perverso della sua eternità starà riflettendo su chi avrà mai permesso che un qualcosa si desse, anzicheno’.
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