Memento Mori
Alor che morendo forse non mi resterà che il tempo di rendermi conto di non aver avuto il tempo di vivere.
Tossichio’ appena, come stesse sbuffando un ultima esalazione dalla pippa che stretto tevena nella conca delle ossee mani. Arrossiva il volto ritrovandosi la sua immagine doppiata nel rilflesso del vetro della finestra, dove fuori il silenzio a rafale annebiava le cose.
Luogo di desolazione, sembrerebbe, caro mio, disse, il tempo della morte non poteva essere condito di rosati tramonti o fiorir di foglie e volteggianti libellule donnescamente abbandonate tra una sbaffata di nettare e l’altra. Bisogna sempre ch’alla morte s’accompagni un cadaverico raffreddarsi del mondo, l’inverno delle età giunge, a portar via rigoglio, a portar via persino l’enfio giallo e arancione cadente d’un autunnale trapasso.
Morire di gioia è un lusso, che sembra nessuno ha la grazia di volersi concedere.
Ma appresi da bambino una storiella che dovette sempre fascinarmi, e che negli anni ho rimuginato, senza volerla pensare, una storiella che torna gira e rigira nella mente come una cantilena, una storiela che più che ricordarla, di tanto in tanto riappariva alla mente come una idea fissa, come la visione di qualcosa il cui senso mi fosse nascosto, ma che ciononostante, o in ragione di cio’, non abbandono’ mai il cranico sottofondo dei miei pensieri.
La storia è quella della morte del poeta Petronio, che costretto alla morte, decise di procrastinarla, tentando di avvicinarvisi lentamente, invece di gettarsi nell’incoscienza senza avere il tempo di accorgersene.
Il suicidio diventava lo stilliciodio dell’attimo nell’attenzione acuta della mente che osserva lo sgocciolio del tempo, che filtrava dalle sue vene che venivano aperte e poi richiuse, come volesse sentire il corpo indebolirsi, come volesse sentire a poco a poco il freddo penetrare, prendere il suo posto.
S’era circondato della sua preferita cerchia di amici, con tazze di vino, che come sempre serve ad allietare, annebiando l’indecorosa percezione della realtà bruta, e termino’ cosi’ conversando versi, e non impaurendosi di qualcosa che in ogni caso non avrebbe avuto modo di conoscere, la morte.
Non pensava che la morte fosse la disparizione di tutto, la fine d’ogni cosa, lo catastrofico rovesciarsi nel nulla, ma un semplice sommovimento che non faceva che portarsi via e il tutto e il nulla, la possibilità stessa di poter pensare e sentire la morte.
E’ di vita che si muore.
Cosi’ ancora tossichio’ volendo poi perdere conoscenza, e ricordandomi che se avessi spedito questa immonda riflessione sulla morte alla Redazione di RadioSwitz, non dimenticassi di posporre il fatto che nulla di quel che era stato detto fosse da prenedere come un invito al suicidio, ma come una storiellina mal citata, in cui s’apprendesse l’arte dello stillicidio dell’istante.
Cosi’ disse, e poi più non più.